“Non è come pensi, è come senti!”. E se senti male?

SINTESI SEMPLICE DEL PENSIERO DI ANTONIO DAMASIO: PREPARAZIONE AI SUOI LIBRI – PARTE 4 

Una divagazione sul rapporto corpo-mente a partire dall’ipotesi del marker somatico di Damasio. 

 

“Non è come pensi, è come senti”.

Nella 3^ parte di questa rubrica avevamo nominato questa frase (più o meno famosa) in rapporto al marker somatico di Damasio. In breve: il corpo segnala (marca) i contenuti del pensiero con dei marker somatici emozionali, che solo per semplicità distinguiamo in “positivi” e “negativi”. In questo modo l’emozione suggerisce al pensiero razionale, mediante il sentire (i sentimenti) quale potrebbe essere la scelta più vantaggiosa. In questo senso avevamo già detto che se intendiamo “razionale” qualsiasi cosa “vantaggiosa” ecco che anche emozioni corporee e sentimenti, che marcano positivamente o negativamente una determinata scelta d’azione, possiamo definirli razionali.

 

Da clinico e appassionato di neuroscienze mi è sorta immediatamente una domanda:
Ci possiamo fidare sempre del sentire? In altra parole, il sentire è sempre giusto?

 

Facciamo questo esempio. C’è la possibilità di trasferirsi stabilmente a Malta. Devo scegliere tra l’opzione “SI” e l’opzione “NO”. Ognuna di queste due opzioni di scelta attiva nel corpo un determinato profilo emozionale. Ad ogni opzione il corpo risponde, in base alle precedenti esperienze, con un marcatore positivo o negativo. Quindi la mente (pensiero) tenendo conto di quella risposta corporea, di quel sentire (marcatore somatico), negativo o positivo, fa le sue considerazioni ed ecco che prendiamo una decisione.

 

Come facciamo ad essere sicuri che
il marcatore somatico sia sempre affidabile?
Come facciamo a sapere che
quello che abbiamo chiamato “sesto senso”, sia attendibile?

 

Semplice: non possiamo essere sicuri.

 

 

Ma c’è qualcosa che ci fa essere un po’ più sicuri: la mia idea è che se il corpo sta bene, nel senso che la fisiologia si esprime normalmente, allora il profilo emozionale che si attiverà in risposta ad un determinata opzione sarà più attendibile. E sarà più attendibile perché non sarà “sporcato” da cattivi funzionamenti fisiologici che dipendono da quelli che possiamo chiamare “traumi”. Se il corpo sta male, cioè se il corpo ha un funzionamento alterato, allora è probabile che il dispiegarsi emotivo sia “sporcato”, non sia autentico. Per “autentico” intendo “basato puramente sulla memoria delle passate attività”. Certo, anche un trauma che ha alterato il funzionamento corporeo è una memoria, ma magari era una memoria accidentale che non ha a che fare con la situazione attuale e che non ha nessun “consiglio specifico” in merito alla scelta che si sta per compiere.

 

Quindi mettiamo il caso che io pensi alla scelta “SI, mi trasferisco a Malta”. Certamente un po’ di tachicardia mi viene, un po’ di sudorazione pure. Diciamo che c’è un minimo di subbuglio nel corpo, ma quel subbuglio è un marcatore somatico POSITIVO, perché mi segnale la novità, un minimo di rischio che però potrebbe avere bei vantaggi.

 

Mettiamo il caso che io adesso sia una persona con
– un aberrante funzionamento del sistema nervoso autonomo perchè ho un’alterata funzionalità della colonna cervicale, dorsale, con un reflusso che tiene viva la tachicardia;
– mettiamo caso che io abbia un’alterata interocezione (perché mangio male, sto sempre seduto, vengo da una febbre debilitante);
– mettiamo caso che le mie surrenali producano una valanga di adrenalina e cortisolo per qualsiasi motivo fisico voi vogliate (fisico! Non mentale!);
– mettiamo caso che io abbia una costante contrattura di base di tutti i muscoli perché ci sono alcune cose nel corpo che mi provocano quest’ipertonia diffusa, per esempio un apparecchio ortodontico non adatto, occhiali non ottimali, postura alterata, scarpe non buone (sbizzarritevi).

 

Il mio corpo, in sintesi, è ferito cioè ha una cattiva fisiologia di base (più sotto vi dico cosa intendo). È probabile che l’opzione “SI, parto per Malta” non attiverà una semplice tachicardia ma una tachicardia della madonna con cardiopalmo che mi dura fino a sera; una sudorazione marcata come se fossi “un husky in Egitto” (espressione del mio amico e collega Giovanni), in pratica un subbuglio corporeo emotivo perché il mio corpo mediante i sistemi nervoso autonomo, endocrino e muscolare non è in grado di adattarsi. Qui il marcatore somatico non sarà POSITIVO segnalandomi una frizzante novità, ma mi segnalerà un pericolo! Come nell’esempio del whisky il cui solo nome mi fa star male, ma nel caso del whisky quel pre-sentire male era un vantaggio perchè veramente in passato sono stato male bevendo whisky!

 

Damasio nei suoi studi ha visto che la gente con lesioni prefrontali prende decisioni svantaggiose per sé e per chi gli sta intorno perché, di fronte alla scelta, il danno neurologico impedisce alla mente di tener conto del il marker emozionale corporeo, il suggerimento corporeo che sta suggerendo che quella scelta è svantaggiosa.

 

Io penso che alcune scelte di alcune persone siano svantaggiose perché il corpo funziona male e marca male, segnala male il contenuto del pensiero. Non perché autenticamente sta segnalando che quella data scelta sia negativa, ma perché non può che attivarsi in senso negativo a causa del funzionamento fisiologico aberrante. E oggi giorno ne ha di motivi per funzionare male.

 

Forse è questo il razionale neuropsicologico per cui il prof Cozzolino una volta ci disse una frase a cui, lì per lì, non diedi troppa importanza “non meravigliatevi se dopo qualche trattamento, alcune persone avranno preso decisioni di vita completamente diverse.

 

Traduzione = è cambiato il loro pensiero.

 

Cosa accade?

 

Il corpo ha sempre segnalato con un marcatore somatico negativo una scelta potenzialmente vantaggiosa (es, “mi sposo” oppure “cambio casa” oppure “mi trasferisco a Malta” oppure quello che volete) e quindi il paziente logicamente non fa quella scelta, benchè ne trarrà un vantaggio. Dico “logicamente” perché  se il marcatore somatico è negativo è logico, razionale (cioè vantaggioso, come detto su) che quell’opzione non venga scelta!

 

Poi noi lo trattiamo osteopaticamente. Vabbè io dico “osteopaticamente” perché sono osteopata ma potete considerare una qualsiasi terapia corporea. La fisiologia corporea del paziente comincia a funzionare meglio quindi di fronte allo stesso identico bivio, stavolta non avrà un’attivazione aberrante ma avrà un’attivazione più “autentica”, basata sulla genuina memoria emozionale che si poggia su un funzionamento fisiologico normale. Memoria che adesso sarà “pulita” da funzionamenti fisiologici alterati. Ecco che il marker somatico emozionale, prima negativo, adesso è diventato positivo. E da un marker somatico emozionale positivo emergerà alla coscienza un sentimento positivo. La mente trovandosi di fronte ad un’opzione di scelta marcata positivamente, penserà (dovrei dire “sentirà”) quella scelta come buona e avrà maggiore probabilità di prendere quella strada.

 

 

La persona potrebbe compiere, guidato da quello che abbiamo chiamato “sesto senso” positivo, cioè un buon “pre-sentimento”,  la scelta che prima era collegata ad un “sesto senso” negativo, cioè un cattivo “pre-sentimento”. Fino al nostro trattamento (o qualsiasi trattamento corporeo) quella scelta non l’aveva fatta non per ignavia o mancanza di coraggio, seppure a livello teorico fosse vantaggiosa. Non l’aveva fatta perché il corpo, nella sua aberrazione fisiologica, segnalava costantemente “ehiiii tuuuu non lo fareeee!! Potresti morireeeee!!”.

 

Ecco perché può cambiare la mente, il pensiero, possono cambiare le decisioni di una persona in seguito di un nostro intervento. E sì, un intervento silenzioso che parta da corpo e si occupi del corpo senza utilizzare giochetti verbali/mentali per far cambiare percezione al paziente. Al massimo i giochetti mentali servono per far rilassare il paziente, per fargli prendere atto della nuova (migliore) situazione corporea.

 

Mi viene da pensare a tante cose: “quanti miei pazienti si trova(va)no in questa situazione e ho consigliato loro di andare dallo psicologo quando invece sarebbe bastato avere un po’ più di pazienza o essere più bravi osteopaticamente tanto da poter sbloccare “dal basso” la situazione alta, senza troppe complessificazioni mentali?”.
E poi “quanto bisogna essere bravi per fare una cosa del genere?”
E ancora, più scientificamente, “cosa significa ‘far funzionare meglio il corpo’?”; “come posso identificare i pazienti che si avvantaggerebbero di una terapia che parte dal basso al posto di una terapia che parte dall’alto, anche se stiamo parlando di sintomi o quadri clinici puramente mentali?”

 

Non ho la risposta a queste domande, certamente chi ha più esperienza di me potrebbe dire la sua (lungi, spero, dall’idea di proclamarsi i depositari della verità). Sicuramente se approfondisco la ricerca in letteratura troverò qualche spunto.

 

Per adesso ho solo più chiaro in mente quello che Damasio dice citando Spinoza:

 

“La mente è un’idea del corpo”

E, a questo punto, noi osteopati, da raffinati e precisi “aggiustatori” della fisiologia corporea, supportati da questo paradigma neuroscientifico, potremmo pensare di fare il nostro (poco/tanto) per gli aspetti più mentali… partendo da corpo… mettendoci al servizio in maniera discreta e rispettosa… come ci suggerisce qui l’osteopata Alice De Laurentiis.

 

______________________________________
A cura di Giandomenico D’Alessandro

Categorie:

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.