“Trattami come se fossi un neonato” A.W.

Sala d’aspetto.
Luglio 2020. Due mesi prima che E. compisse 94 anni e mese in cui A. ha compiuto 5 mesi

Con E. avevo appena finito il trattamento, ed ero pronto ad iniziare la seduta con A. Nel giro di pochi minuti mi son trovato in un vertiginoso salto clinico di quasi un secolo

A distanza di un secolo cambia tutto: differenti problematiche, differenti qualità del tessuto corporeo, del range di movimento e di “idea” di simmetria corporea, differenti direzioni di crescita, addirittura un differente concetto di “normalità”.

Ma se si riesce a mettere da parte le differenze, si può notare quella cosa che rimane identica, anche a distanza di quasi un secolo: l’ESSERE IN VITA, che possiamo vedere in maniera biomedica come la presenza di una FISIOLOGIA corporea che, se riflettiamo attentamente, è la responsabile della capacità di GUARIGIONE

E noi osteopati con quella fisiologia sappiamo interagire (più o meno abilmente), infatti non cambiano i nostri principi di trattamento per ingaggiare biologicamente la capacità di autoguarigione

In quella occasione ho avuto la possibilità di apprezzare la somiglianza fisiologica. Non le differenze.

Al di là delle “specializzazioni” un osteopata dovrebbe saper interagire con tutte le tipologie di pazienti perchè la fisiologia è fisiologia sempre. Non dico che tutte le tipologie di pazienti siano facili oppure che io lo sappia fare. E capisco pure che ci possano essere delle “preferenze”… Dico solo che lo stesso elemento è presente in tutti i pazienti e siccome noi ingaggiamo quell’elemento dovremmo saper passare dallo sportivo al sedentario, da quello che non si rilassa a quello che si addormenta dopo 10 secondi, dall’anziano al neonato.

Ora comprendo un po’ di più la frase che un’anziana Anna Wales rivolse a Jim Jealus prima che lui la trattasse “Trattami come se fossi un neonato”.

E la foto che ha “memorizzato” questo incontro è qui a ricordarmelo

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A cura di Giandomenico D’Alessandro

L’intreccio – Marcello Orazio Florita

Un libro che tratta di moderni elementi/concetti di cura (non solo) psicoterapica
 
Questi elementi/concetti sono:
La centralità della relazione che finisce per diventare la vera protagonista della terapia,
L’improvvisazione terapeutica intesa come la capacità di mettere da parte i pre-giudizi, le interpretazioni e le teorie a vantaggio dell’ascolto e dello “stare lì in quel momento” che permette di far emergere qualcosa che stimoli un cambiamento,
La complessità o teoria dei sistemi dinamici complessi, rivoluzione scientifica che sta scardinando i vecchi concetti di linearità e prevedibilità dei sistemi, tra cui il sistema ‘uomo’ che l’autore, lo psicoterapeuta Marcello Florita, definisce Io-soggetto, trovando una brillante soluzione terminologica per (1) inglobare l’individualità rifuggendo al dualismo cartesiano corpo-mente e per (2) mantenere la prospettiva della prima persona.
 
 
Perché dico che sono concetti di cura “non solo psicoterapica”? Perché da osteopata mi son ritrovato decine di volte a pensare all’alleanza terapeutica, al tentativo di mettere da parte i preconcetti quando valuto il paziente e al tentativo ancora più difficile di eclissarmi durante il processo terapeutico, a quanto bene l’osteopatia sia un sistema di cura che, più o meno consapevolmente, è in grado di sussurrare e interagire con la complessità del sistema-uomo, perché per me passaggi in cui si esorta alla “complessificazione del paziente” o al suo “aumento dei gradi di libertà” erano poesia familiare. 
 
Ecco perché sono concetti/elementi trasversali a qualsiasi cura. Questa cosa, se ricordate, era accaduta con quest’altro libro. E con quel libro, quest’altro condivide il tema della clinica della complessità e dell’incertezza.
 
Lo so, lo so: questi sono concetti/elementi trasversali a qualsiasi cura, ma che sia di un certo livello e che abbia dei clinici con un certo . Ma quella è la direzione che anche la medicina più “ortodossa” prenderà (prima o poi).
 
 
Per tutti questi aspetti, questo libro dello psicoterapeuta

Marcello Florita mi sembrava di averlo già letto. Non solo perché (effettivamente) l’ho letto 4 anni fa la prima volta, ma proprio per la familiarità di tutti questi concetti/elementi. E non solo: si fa spesso riferimento al marcatore somatico di Damasio (a proposito, ecco qui le recensioni dei suoi primi 3 libri e qui una mia personale sintesi del suo pensiero) ci sono tanti riferimenti ad altri libri conosciuti, come questo, e sono spesso citati contributi di pensiero di scienziati “familiari” (es, Prigogine e Siegel).
 
 
Il libro mi ha posto in una prospettiva che mi ha permesso di “vedere” me terapeuta nella relazione terapeutica, e mi ha dato un nome: dispositivo etero-organizzazionale che è lì per facilitare la capacità auto-organizzativa del sistema-uomo.
 
 
La lettura è super scorrevole. Per tanti motivi:
1) storie di pazienti veri,
2) prospettiva interna dello psicoterapeuta, prospettiva che spesso è fatta di sensazioni fisiche, emozioni; e anche le sue epifanie, il suo rendersi conto che in un mesto e apparentemente poco terapeutico “capisco” detto ad un paziente, ci possa essere il battito d’ali della farfalla che scatenerà il cambiamento del paziente;
3) un sacco di citazioni che si inseriscono benissimo con lo scritto e che sono responsabili (insieme ai bellissimi passaggi originali di Florita) dell’esaurimento di un intero evidenziatore;
4) La presenza delle neuroscienze come tentativo di dare un riferimento scientifico ai paradigmi presentati.
 
 
Un libro per tutti i clinici.
 
Un libro per chi non vede ancora queste cose.
 
Un libro per chi già vede l’intreccio nella quotidianità clinica.
 
Libro acquistabile cliccando qui
 

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A cura di Giandomenico D’Alessandro

Consigli di lettura: L’epoca delle passioni tristi – di Miguel Benasayag, Gérard Schmit

Un libro scritto da due psicoterapeuti per il mondo psicoterapeutico ma che è assolutamente trasversale a qualsiasi ambito in cui vi sia la CURA, o meglio, la RELAZIONE DI CURA.

 

Gli autori partono dalla lucida lettura della realtà: l’uomo attuale si trova in un’epoca in cui trionfano impotenza, disgregazione e mancanza di senso, le cosiddette “passioni tristi” come le ha chiamate Spinoza (filosofo che permea tutto il libro). Ne deriva che quando un uomo è in crisi e cerca l’aiuto di uno psicologo e più in generale di un terapeuta, la faccenda si fa complicata: uscito dalla sua “crisi individuale” continuerà comunque a vivere su uno sfondo

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