L’OSTEOPATIA modifica la CONNETTIVITÀ CEREBRALE?

 
Le neuroscienze stanno abbandonando il concetto “una zona una funzione”, spostandosi verso lo studio della connettività cerebrale. Il sistema nervoso funziona ‘a rete’ ed è nell’essere-rete che va studiato, utilizzando la “nuova” scienza della complessità (vi lascio nei commenti qualche libro a riguardo).
 
 
 
 
In questo studio pubblicato qualche settimana fa su Brain Sciences gli autori hanno studiato l’impatto del trattamento osteopatico sulla connettività funzionale cerebrale. 
 

 
 
 
Lo studio lo potete scaricare gratuitamente cliccando qui. E dobbiamo essere orgogliosi in quanto si tratta dell’ennesimo studio (di qualità) tutto italiano. Infatti questi i nomi della splendida squadra di amici e colleghi che hanno prodotto i risultati che stiamo per vedere: Marco Tramontano, Francesco Cerritelli, Federica Piras, Barbara Spanò, Federica Tamburella, Fabrizio Piras, Carlo Caltagirone e Tommaso Gili.
 
 
 

 

COME HANNO FATTO 

 
30 volontari sani sono stati divisi in due gruppi:
  • Trattamento osteopatico (45 minuti) in relazione alle disfunzioni somatiche rinvenute (utilizzo di tecniche miofasciali, articolari, BLT, viscerali e craniali)
  • Intervento placebo (45 minuti) toccando l’intero corpo in maniera protocollata e senza mobilizzazione.
 
 
 

MISURAZIONI

 
La risonanza magnetica funzionale è stata fatta
– PRIMA dell’intervento
– SUBITO DOPO l’intervento
– 3 giorni DOPO l’intervento
Sono state utilizzate le seguenti ‘network metrics’: ‘eigenvector centrality’, ‘degree centrality’, ‘betweenness centrality’, ‘clustering coefficient’ (tutte misure che studiano le caratteristiche funzionali dei nodi all’interno della rete).
 
 
 
 

RISULTATI

 

Paragonando la risonanza immediatamente dopo all’intervento con quella fatta prima, emerge un andamento OPPOSTO tra i due gruppi di studio:
– Incremento nella ‘betweeness centrality’ nel giro precentrale destro dei soggetti trattati osteopaticamente (al contrario, c’è una diminuzione nel gruppo placebo);
– Diminuzione del ‘clustering coefficient’ nell’amigdala di sinistra, nel giro temporale medio di sinistra nei soggetti trattati osteopaticamente (al contrario, c’è un incremento nel gruppo placebo).
 
 
Paragonando la risonanza 3 giorni dopo con quella fatta immediatamente dopo emerge ancora un andamento contrario tra i due gruppi di studio:
– Diminuzione nella ‘betweeness centrality’ nel caudato di sinistra nel gruppo dei trattati (mentre aumenta nel gruppo placebo).
– Incremento nel ‘clustering coefficient’ nell’amigdala di sinistra e nel verme cerebellare (mentre diminuisce nel gruppo placebo)
 
 

 

CONSIDERAZIONI

 

  • La differenza non è imputabile ad una diversa aspettativa del paziente (quindi fenomeno TOP-DOWN), in quanto il brillante de-blinding fatto dai colleghi ha evidenziato una mancanza di differenza tra i due gruppi circa il riconoscimento da parte dei pazienti stessi del gruppo di intervento di cui facevano parte.
  • Mi piace il concetto della SD nei soggetti sani (cosa che è stata esplicitata dagli autori). Questo aiuterà a capire anche i più duri di comprendonio che l’osteopatia può approcciare sani e non sani senza differenza perchè il sistema di lettura è un altro (appunto, la disfunzione somatica).
  • L’opposto andamento della connettività cerebrale tra i due gruppi e il significato dei cambiamenti viene discusso dagli autori nella discussione dell’articolo. Ora dobbiamo capire (1) che valore clinico ha questo risultato e per farlo dobbiamo “accoppiare” queste misure ad outcome clinici e (2) il fatto che vi sia una reversibilità dopo 3 giorni che valore ha? Inoltre, può essere che la reversibilità avvenga anche prima?
  • Considerazioni sul placebo quasi ottimale e sul “pregiudizio dell’operatore durante la diagnosi” non aggiungo altro perchè sono le stesse cose che ho scritto nelle considerazioni personali di quest’altro articolo.
  • Non vi è alcun rapporto tra il numero delle disfunzioni e i cambiamenti della connettività cerebrale. So che è difficile da “vedere” questa cosa ma ve la condivido lo stesso: questo “disaccopiamento” tra il reperto palpatorio e lo stato centrale può significare (anche) una cosa, ovvero che la disfunzione somatica è davvero una “porta d’accesso” all’individuo e non una “cosa da togliere”. Questo aspetto qui è, a mio parere, la frontiera dell’osteopatia.
 
 
 

Complimenti e grazie ai colleghi per quest’altro tassello nel bellissimo mosaico osteopatico!

 

 

Clicca qui per vedere tutti i miei articoli relativi ai vari studi pubblicati in osteopatia!

 

______________________________________
A cura di Giandomenico D’Alessandro

Categorie:

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.