OSTEOPATIA e ANSIA

L’osteopatia nel disturbo d’ansia generalizzato

 

L’osteopatia è una terapia bottom-up. Significa che interviene sull’individuo mediante il contatto corporeo (dal basso). Ma l’informazione del tocco osteoatico, una volta che raggiunge il midollo spinale non si ferma lì. Raggiunge facilmente le stazioni più alte del sistema nervoso centrale! Dobbiamo avere a mente questa semplicissima nozione di neurofisiologia quando pensiamo alla frase “corpo e mente non sono separati”. Per fortuna Cartesio si sbagliava quando suggeriva una divisione tra mente e corpo.  A proposito, avete letto il libro ‘L’errore di Cartesio’? Se volete avere un assaggio di questo capolavoro del neuologo Antonio Damasio, leggete la recensione che ho fatto!

Insomma, l’osteopatia può avere la pre-sunzione (etimologicamente intesa) di provare ad aiutare soggetti che soffrono di disturbi della sfera mentale! Anzi, in questo passaggio, il grande osteopata Rollin Becker ci suggerisce qualcosa a riguardo…
Tutti noi osteopati sappiamo che tutti i pazienti sperimentano calma e rilassamento dopo il trattamento! Anche i soggetti più ansiosi!

 

L’osteopatia è in grado di rilassare molto il paziente. Questo avviene sia grazie agli effetti non-specifici del tocco, sia grazie alla specificità terapeutica osteopatica che “sposta” il funzionamento del sistema nervoso autonomo del paziente verso la polarità parasimpatica, alla quale si associano gli stati psico-fisici di calma, rilassamento e connessione.

 

Sarebbe interessante fare uno studio specifico per vedere se i soggetti ansiosi migliorano in maniera significativa a seguito dei trattamenti osteopatici.

Ed è quello che hanno fatto alcuni colleghi statunitensi: hanno indagato il contributo dell’osteopatia nel cosiddetto disturbo d’ansia generalizzato… e i risultati sono interessanti. Peccato, però, che dobbiamo prenderli con le pinze…

 


 

Ma cos’è il disturbo d’ansia generalizzato? Si tratta di una condizione clinica caratterizzata da ansia, incontrollabili preoccupazioni, difficoltà di concentrazioneirrequietezzairritabilitàtensione muscolare e disturbi del sonno. Terapia farmacologica e approccio psicoterapico rappresentao gli approcci terapeutici d’elezione che, seguendo “strade” differenti, mirano a modificare il funzionamento, la biochimica e infine la struttura del cervello. La terapia farmacologica mira direttamente alla biochimica del cervello mentre la psicoterapia mira a cambiare il funzionamento del cervello mediante il dialogo, quindi NON passando dal corpo. Per questo la psicoterapia si definisce una terapia “TOP-DOWN”.
Purtroppo queste due strategie terapeutiche non sono così efficaci: infatti meno del 50% dei pazienti va incontro a remissione della patologia!

 


 

MISURAZIONI 

I colleghi hanno utilizzato 3 scale di valutazione:
– Hamilton Anxiety Rating Scale (HAM-A);
– Beck Advisory Index (BAI);
– Intolerance of Uncertainty Scale (IUS)

Per farla breve: sono questionari che vedono rispettivamente 14, 21 e 26 domande e ad ognuna di esse si può indicare una risposta “di scala” da 0 a 3 oppure da 0 a 4. Il paziente stesso compila i questionari. Ognuna di queste domande indaga una componente della sfera psico-fisica del paziente e i base alla risposta si ottiene un punteggio. Alla fine si calcola il punteggio totale che descrive lo stato psico-fisico del paziente.

 

Il vantaggio di questo genere di misurazione è che sono facili da somministrare, abbastanza economiche, facilmente comprensibili, di analisi immediata ma di contro hanno lo svantaggio di essere soggettive.
Vedremo che questo aspetto è una debolezza ai fini metodologici dello studio.

 

COME HANNO FATTO 

Sono stati trattati 26 soggetti, (6 uomini e 20 donne), età media 41 anni. Ogni paziente ha ricevuto 5 trattamenti in un periodo di 8-9 settimane.

Queste le caratteristiche salienti dei metodi dello studio:
– Modalità ‘black box’ (completa libertà all’operatore in relazione a cosa e come trattare)
– Valutazione mediante le 3 scale di valutazione allo screening iniziale, dopo ogni trattamento e una settimana dopo l’ultimo trattamento
– Sono stati inclusi i soggetti che dopo 8 settimane di terapia non avevano ancora manifestavato alcun miglioramento
– I pazienti non cambiavano la terapia già in atto.

Non si tratta di un RCT ma di uno studio pre/post, diciamo una serie di casi simili ma senza un gruppo di controllo (nè di contatto manuale placebo nè di qualsiasi altro tipo).

 

RISULTATI

Tra l’inizo e la fine dei trattamenti si registra un miglioramento statisticamente significativo nella scala HAM-A. In particolare 16 su 26 hanno mostrato un miglioramento del 50% e 7 partecipanti hanno ottenuto la remissione del disturbo d’ansia generalizzato come dimostrato dal punteggio uguale o inferiore a 7 nella scala HAM-A.

Si è registrato un miglioramento statisticamente significativo nella scala IUS.

Non si è registrato alcuni miglioramento significativo nella scala BAI.

 

CONSIDERAZIONI 

“Evviva!” per l’utilizzo del protocollo ‘black box’ (ne abbiamo parlato nello studio pubblicato pochissimi giorni fa). Devo ammettere che gli autori hanno argomentato molto bene l’utilizzo della black box!

Lo studio è stato effettuato tra il 2014 e il 2015 e solo questa cosa salva gli autori dalla mia “ira funesta”, perchè in ambito osteopatico si è cominciato a parlare seriamente di placebo, dal 2015/2016 e…
… i risultati sono da prendere con le pinze vista l’assenza di un controllo placebo manuale! Il disturbo d’ansia generalizzato è una condizione soggettiva, le misure dello studio sono soggettive e a breve termine, infine l’ansia risponde molto bene all’elemento cardine del placebo: la relazione terapeutica.

 

In uno studio come questo è metodologicamente obbligatorio inserire
un gruppo placebo manuale per “isolare”
gli effetti specifi del trattamento osteopatico!

 

Sicuramente il punto forte di questo studio è quello di aver approcciato una condizone “mentale” o “alta” partendo dal “corpo” o dal “basso”, suggerendo che l’osteopatia possa rappresentare un valido alleato dei farmaci e della psicoterapia nelle condizioni di sofferenza “mentale”.

 

Impegnamoci di più!

 

 

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A cura di Giandomenico D’Alessandro

 

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