Ecco la quinta parte di questa recensione anomala del libro ‘Ricerca e pratica’ del padre fondatore dell’osteopatia, Andrew Taylor Still. Questa quinta parte è la naturale prosecuzione della quarta, nella quale avevo delineato la personalità di Still per come emerge dal libro.
Per scrivere questa quinta parte ho indossato la lente più critica che avessi a disposizione. Questo mi ha permesso di “valutare” il contenuto del libro alla ricerca di eventuali bias cognitivi e… posso dire che Still era esposto ad alcuni bias cognitivi, in particolare il bias di conferma. Esporro questa tesi, come sempre, citando direttamente le parti del libro in questione (che potrete subito riconoscere perchè colorate in arancione). Alcuni di voi potranno sentirsi offesi da questo articolo, altri troveranno stuzzicante questo punto di vista. Ma sono sicuro che sarà una lettura interessante per tutti. Ovviamente se non siete d’accordo ditelo, ma per favore, argomentate le vostre idee, possibilmente riportando i passaggi di questo o di altri libri di Still.
Still era un uomo, e come tale aveva un cervello. E in virtù di questo era potenzialmente passibile di distorsione cognitiva. Vi ricordate che questo concetto l’avevamo nominato nelle primissime righe della prima parte di questa recensione? Avevamo detto che basta avere un cervello per andare incontro, pur non volendolo, ad una percezione distorta della realtà, perché filtrata dai sistemi di percezione “cablati” con la crescita via via che accumuliamo esperienza. Avevamo chiamato questo fenomeno ’interpretazione involontaria’. Possiamo sostituire le espressioni ‘distorsione cognitiva’ e ‘interpretazione involontaria’ con ‘bias cognitivi’. Cos’è un bias cognitivo?
Un bias è un errore di fondo
nei processi mentali
di percezione e pensiero.
Il modo più semplice per capire un bias è quello di immaginare di avere davanti agli occhi una lente colorata. Se abbiamo una lente rossa, vedremo tutto in tonalità di rosso; se abbiamo una lente verde vedremo tutto in tonalità di verde, e così via. La cosa peggiore è che saremo convinti di quello. Al cervello piace molto la coerenza. E proprio il cervello, un percettore della realtà, è la nostra lente. Anche se avessimo diverse lenti (diversi paradigmi mentali, diverse credenze) l’effetto è lo stesso:
la nostra visione del mondo
è coerente con la lente che indossiamo.
Ed ecco che percepiamo la realtà in base allo stato del nostro cervello e, per estensione, in base ai nostri pensieri, alle nostre credenze, alle nostre convinzioni su come funziona o come dovrebbe funzionare. C’è una bellissima frase (pare di una scrittrice statunitense) che riassume questo concetto in maniera brillante e immediata “non vediamo le cose per come sono, le vediamo per come siamo”. Presto scriverò un articolo specifico sui bias cognitivi perché da quando ne sono diventato consapevole ho fatto dei miglioramenti nei modi di vedere la realtà (percezione) e di ragionare su essa (pensiero). Non solo nella pratica clinica: nella vita in generale. Per questo motivo ve ne voglio parlare approfonditamente.
Ma adesso parliamo dei bias cognitivi di Still. Vi ricordate quando nella quarta parte abbiamo parlato dell’ostinazione, fermezza, inflessibilità di Still? Bene questi tratti sono senz’altro positivi, ma se diventano estremi (e in Still erano estremi!) portano a una sorta di “sclerotizzazione” del pensiero, ad una rigidità di pensiero… portano alla nascita, appunto, di bias cognitivi! Questo perché percepisci la realtà e pensi alla realtà in un solo modo. O pochi modi. Come detto prima, uno o pochi non importa: si tratta di essere stra-convinti delle proprie teorie e incorrere nel rischio di non vedere la realtà per quella che è (o se siete relativisti forti come me) di non vedere la realtà da altri punti di vista.
Ad esempio, guardiamo questa frase scritta dal vecchio dottore “L’osteopata che ha esperienza e abilità sa e ha dimostrato in modo che egli trova soddisfacente che quando aggiusta la colonna e le coste, il cuore funziona normalmente. Per lui questa non è una teoria, ma una verità che non ha bisogno di dimostrazioni” (pag 75). È chiaro che ci troviamo di fronte ad un uomo che non considera altro (per esempio che possa esserci un problema intrinseco al cuore, in cui l’attività dei nervi del sistema nervoso autonomo non centrano niente).
Still, secondo me, era fortemente esposto al cosiddetto ‘bias di conferma’. In pratica consiste nel vedere (dovremmo dire ‘ri-conoscere’) nella realtà solo quegli aspetti che confermano le nostre teorie, i nostri presupposti, i nostri principi. E, ovviamente, non vediamo (o non ri-conosciamo) gli aspetti che confutano le nostre credenze. Il sospetto che ci troviamo di fronte ad un uomo esposto a bias di conferma nasce da frasi del tipo “non ho mai trovato un bambino o un anziano che bagnano il letto che avessero gli innominati e il coccige in posizione corretta. Non ho mai trovato ingrossamenti o tumefazioni dell’utero o delle ovaie con una perfetta articolazione dell’anca, del sacro, del coccige, delle vertebra lombari o dorsali inferiori” (pag 112).
O ancora “in tutte le persone grasse che ho visitato in trent’anni, ho trovato il processo spinoso della prima e della seconda vertebra dorsale posteriorizzato rispetto al processo della terza e della quarta e inclinato verso l’alto” (pag 129).
Ci sono tanti altri esempi: “non ho mai trovato un caso di isterismo o di epilessia con colonna, coste, sacro e coccige perfettamente a posto” (pag 141).
Non vi deve soprendere che il bias di conferma sia in fin dei conti la conseguenza di un pre-giudizio, letteralmente “giudicare a priori”, “giudicare prima”. Anche se cerchi di non lasciarti influenzare dalle tue stesse teorie (ma Still era apertamente convinto delle sue teorie) il condizionamento della percezione avviene negli stadi precedenti della percezione stessa. Sono inconsci? Forse sì. Sicuramente sono inconsapevoli. Il punto è che quanto più sei ostinato e convinto delle tue idee, tanto più sarai rigido nel tuo percepire e pensare la realtà in quel modo, e tanto più sarai esposto a questo genere di bias. E come già detto, Still era psicologicamente molto di tutto questo. Parlando delle sue teorie, egli dice “non suppongo che questo sia il problema, perché lo vedo come un fatto lapalissiano. Mi sono convinto di questo quando ho aggiustato tutte le parti che erano in posizione anomala” (pag 117). Ci sono altri passaggi che confermano la tesi che sto sostenendo. Ve li riporto fra poco.
Prima vi racconto questa curiosità a conferma della mia tesi: nel corso di tutto il libro, Still sembra avere un “debole” per l’articolazione dell’anca. Pare che occorra sempre accertarsi del suo buon posizionamento in quanto anche un piccolo spostamento della testa del femore rispetto alla cavità acetabolare è collegato a diverse problematiche muscolari e viscerali. Questa cosa non ha nulla di strano se non fosse che a pagina 180, Still racconta una vicenda personale. Siamo nel 1858. In seguito ad una caduta da cavallo, egli rimase a letto per alcuni mesi a causa di una sciatalgia. Una volta ripresosi , capitò un altroincidente con (di nuovo) un cavallo: l’animale lo colpì con forza sul ginocchio, e quest’ultimo fu spinto indietro, verso l’acetabolo. Ma con somma sorpresa di Still, che credeva di dover trascorrere altri mesi a letto, non vi fu alcun problema. Anzi, questo “aggiustamento” involontario dell’articolazione coxo-femorale lo liberò dai residui di dolore del primo incidente. La frase che segue è questa “Per quello che mi riguarda, questo ha sistemato tutte le teorie riguardo alla causa tanto dei miei dolori quanto di quelli delle centinaia di migliaia di persone che a causa di cadute, calci, sobbalzi, urti o sforzi eccessivi di varia natura abbiano subito lo spostamento del femore al di fuori dell’acetabolo. Da allora penso di poter dire con sicurezza di aver trattato centinaia di casi di nevralgia al nervo sciatico, sciatica o reumatismi (non mi interessa come li chiamate), ma per quello che riguarda la causa vi dico che ho sempre riscontrato uno spostamento completo o parziale del femore rispetto alla sua posizione naturale nell’acetabolo” (pag 180). Lo vedete il bias di conferma? Stavolta esso è molto più strutturato nella mente del nostro vecchio dottore, in quanto si tratta di un episodio personale con una valenza emotiva molto alta.
Mi chiedo: quanto era “pura” (ovvero, libera da pregiudizi) la percezione di Still quando andava a valutare la simmetria delle coxo-femorali
in un paziente con sciatalgia a seguito di un trauma?
Quanto il condizionamento di quel che gli è accaduto personalmente
stava condizionando la sua valutazione palpatoria?
Certo che può esserci un’asimmetria, per carità! Ma il problema scientifico riguarda la pretesa che sia sempre così, che sia una regola. Non so a voi, ma a me questo passaggio ha chiarito moltissimo questo aspetto.
Ma vediamo qualche altro passaggio. “So che quando il sangue scorre normalmente e da ogni parte, la persona non ha dolori e non soffre” (pag 185) oppure “Per l’osteopata i risultati sono conseguenza del ristagno e della fermentazione” (pag 78). Eccola la ‘legge dell’arteria’. Un principio che NON è osteopatico, ma bio-logico e che nessuno ha mai confutato fino ad ora. Il punto è che non tutte la patologie le puoi spiegare in questo modo.
Riuscite ad immaginare come possa essere distorta la vostra visione della realtà quando, ad esempio, il settimo caposaldo del programma di Still è il seguente: “la causa di malattia è vista esclusivamente come il risultato di anomalie anatomiche seguite da un disordine fisiologico”?
Still, complice l’epoca di scarsa conoscenza (scientifica, non logico-filosofica), ha compiuto il più classico degli errori della logica:
l’induzione
Ha operato un processo logico che va dal particolare al generale.
Ha generalizzato degli assunti che in determinati casi rappresentavano il 99% della spiegazione e quindi della soluzione del problema e li ha estesi a tutto il resto.
“So che quando il sangue scorre normalmente e da ogni parte, la persona non ha dolori e non soffre” (pag 185). Certo che l’apporto di sangue è fondamentale per nutrire il tessuto. Ma si può spiegare tutto solo così? Capite come questa cosa ti impedisce di vedere la realtà per quella che è ma al contrario noti soltanto quelle cose che ti confermano la tua teoria? Siamo tutti d’accordo sul fatto che il batterio è più virulento quando il terreno è più debole (e che quindi se tutte le parti del corpo sono allineate, il terreno diventa più forte e quindi ci sono maggiori probabilità di vincere la lotta); siamo tutti d’accordo sul fatto che la malattia genetica non è data di per sé ma si esprime in funzione degli stimoli che modulano l’espressività dell’attività genetica (epigenetica) e che, dunque, se migliora l’ambiente corporeo, si può migliorare l’espressività genetica. Nulla da obiettare, ma il problema è l’essere radicali, univoci ed esclusivi nell’interpretazione della realtà. Still era tutto questo. Il mio non è un giudizio morale, ma filosofico e scientifico.
Come suo allievo, sono grato a Still anche per questo suo essere esposto al bias di conferma. Per due motivi:
– vedere un limite in un maestro è comunque un insegnamento.
– solo così ha potuto far arrivare fino a noi un modo di vedere la salute che non è IL modo di vedere la salute ma è UN modo di vedere la salute. Ed è un modo di vedere la salute U-N-I-C-O che non si trova da nessun’altra parte!
Sono sicuro che senza il suo estremismo a fare da scudo, probabilmente quel modo di vedere la salute non sarebbe giunto ai nostri giorni.
Un post scriptum (ma solo se vi va di leggerlo)…
Tutto quello detto fino ad ora si collega molto bene ad un tema FONDAMENTALE per l’osteopatia: La palpazione. Con palpazione, intendo quel fenomeno a partenza tattile e che noi osteopati utilizziamo in maniera così (si spera) raffinata.
La palpazione è un processo percettivo (ossia cerebrale/mentale)
che si basa sull’afferenza sensoriale che dalle mani raggiunge il cervello.
Il cervello/mente produce la sensazione che noi esperiamo a livello cosciente e che proviamo a definire in tanti modi (spesso pittorici, metaforici o “come se”).
Come tutti i processi percettivi, anche il tatto non sfugge al principio per cui il cervello (con cui percepiamo) si può trovare in diversi stati funzionali e quindi può “sporcare” l’afferenza sensoriale.
Quel che sentiamo dipende
da “come sta” l’oggetto toccato;
quello che percepiamo dipende
da “come sta” il nostro percettore-cervello.
Dovremmo essere in grado di rendere la percezione quanto più sensoriale possibile, dove con ‘sensorialità’ si fa riferimento alla parte periferica (recettore cutaneo e trasmissione afferente verso il nevrasse) di tutto il sistema somato-sensitivio. Come fare? L’atteggiamento meditativo, secondo molti miei insegnanti, è il modo migliore per rendere il cervello quanto più “trasparente” possibile in modo tale che funga solo da “amplificatore” quantitativo della sensorialità e non da percettore, ovvero modificatore qualitativo della sensorialità.
Ne parliamo un’altra volta, promesso…
A questo punto dovremmo andare alla sesta parte in cui presentiamo il placebo nell’osteopatia di Still, ma prima dovremmo spiegare il paradigma specificità/non-specificità del placebo per avere un terreno comune su cui confrontarci. Domani, qui troverete la parte 1 del “breve viaggio nel paradigma ‘specificità/non-specificità’”.
Cliccando qui potete tornare indietro alla quarta parte, per leggere l’analisi della personalità di Still!
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Buona lettura!
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A cura di Giandomenico D’Alessandro