Dopo aver esaurito la parte classica della recensione, arriviamo a quella che abbiamo definito sintesi formalizzata dei paradigmi emergenti del libro ‘Ricerca e pratica’ del padre fondatore dell’osteopatia, Andrew Taylor Still. Si tratta della sintesi di quei paradigmi mentali/intellettuali che emergono dalla lettura del libro sia in maniera netta e inequivocabile, sia in maniera meno netta, per cui occorre un’analisi critica più approfondita. Questi paradigmi li ho ben chiari in mente perché i concetti sono espressi ripetutamente, a volte similmente, a volte in maniera diversa (spesso poetica), quindi si imprintano bene nella mente del lettore. Inoltre cercherò di copiare Still e la sua esigenza, il suo senso critico e la sua severità (troverete queste cose nella quinta parte) così da cogliere elementi deboli nei suoi paradigmi mentali alla luce di acquisizioni scientifiche e metodologiche recenti e di cui egli non disponeva (ad esempio, nella sesta e settima parte, diremo qualcosa sul tema ‘placebo’ in rapporto a questa lettura). Ma andiamo per gradi:
In questa seconda parte vedremo i primi 2 paradigmi emergenti:
- L’osteopata è un filosofo-meccanico
- Centralità del determinismo (causa-effetto) strutturale e della linearità
Paradigma emergente numero 1:
L’osteopata è un filosofo-meccanico.
E, quindi, i principi sono filosofici-meccanici. In quest’ordine. Questo è un paradigma emergente espresso nettamente dall’autore.
Still è ossessionato dal razionale del suo intervento, ossessionato, potremmo dire, della ‘consapevolezza di quel che si sta facendo’, anzi no:
‘consapevolezza di quel che si sta per fare’.
Prima pensare, poi agire (ma quando occorre agire, si agisce sul serio! Lo vedremo dopo). Vorrei ricordare questa cosa a tutti i “praticoni” a tutti quelli che “io tratto, non serve a niente sapere le cose in teoria”. Ecco, Still non è d’accordo: prima filosofo, poi meccanico. Anzi, l’aspetto teorico ha una rilevanza ancora maggiore, in quanto egli introduce una terza metaforica figura professionale, l’ingegnere “Voglio l’attenzione di un ingegnere perché per lui un fatto è una verità e ragiona benissimo” (pag 21) oppure “tu, come ingegnere, puoi omettere una qualsiasi delle ossa del corpo e dichiarare di essere un ingegnere degno di fiducia?” (pag 22). Le tre metaforiche professioni capitano anche insieme “Come ingegnere vedi una frizione, come filosofo deduci che ci sia un’ostruzione e come meccanico rimuovi l’ostruzione” (pag 23). Non mi addentro negli ingredienti specifici che compongono la ricetta finale del paradigma emergente filosofo-meccanico, perchè sono quelli che abbiamo imparato dai primi giorni di osteopatia: la legge dell’arteria è suprema, evitare il ristagno venoso, ragionare su quale nervo possa essere stato compromesso tanto da generare quel tipo di segno/sintomo, inseguire la normalità, che per Still è la simmetria delle strutture, o la “simmetria” della funzione (es temperatura): “nel nostro sistema ci devono essere due cose perfettamente normali. Primo, l’arteria e i suoi nervi devono fare il loro lavoro di distribuzione costantemente, puntualmente e in misura sufficiente; secondo, il sistema venoso e i suoi nervi devono svolgere la loro funzione e non permettere alcun accumulo. Queste due esigenze solo assolute” (pag 112). Insomma, cose che conosciamo. Vorrei solo riuscire a trasmettervi l’emozione che si prova nel veder ripetere così tante volte, per quasi ogni patologia, gli stessi concetti: “mi devo assicurare che le arterie siano libere”, “in questa patologia devo liberare il circolo venoso”, “io so che il nervo colpito è questo”, mi ha fatto capire quanto Still fosse fedele e coerente a quei principi naturali da lui scoperti. Fedeltà e coerenza che sono due tratti della personalità di Still che vedremo nella quarta parte di questa recensione. Ma non si tratta di una cieca fedeltà in quei principi naturali in quanto “ho anche tenuto costantemente gli occhi apert per trovare un difetto nel lavoro della Natura, nel suo metodo costruttivo e di progettazione; finora non sono riuscito a trovare nient’altro che la perfezione” (pag 13), perfezione intesa come esattezza di quei principi. Quindi perché non essere fedeli a quei principi e assicurarsi che ogni parte del corpo riceva sangue, abbia possibilità di drenaggio venoso e una buona attività nervosa? Ah, inutile dire che ogni 10 patologie c’è una qualche frase che ricorda al lettore l’importanza dell’anatomia.
L’equilibro tra filosofo e meccanico è mirabile. Prima ho detto che i praticoni debbono tenere a mente l’importanza della filosofia prendendo spunto da Still. Allo stesso tempo, i teorici, quelli meno proni (e pronti) all’azione debbono tenere a mente la prontezza e l’inclinazione ad agire del “meccanico” Still. Sebbene Still sia un sostenitore del pensare, del ponderare (la parte filosofica), più volte nel libro emerge il suo carattere di uomo d’azione, pratico, concreto: “Senza ulteriori cerimonie eseguo il trattamento sul bambino” (pag 169) e ci esorta da vero leader quale egli era “Ora, con il vostro lavoro, date prova di quello che valete” (pag 83). In un certo senso lui stesso capisce il rischio dell’eccessivo filosofare, che blocca la parte pratica (che è quella che fa la differenza).
Sappiamo tutti che “troppo pensiero, blocca l’azione”.
Quindi Still ci suggerisce di non perdere tempo con troppa filosofia quando abbiamo capito dove sta il problema del meccanismo. Perché uso la parola ‘meccanismo’? Lo vediamo nel paradigma emergente numero 2.
Paradigma emergente numero 2:
Centralità del determinismo (causa-effetto) strutturale, della linearità
e del trattamento strutturale.
Still ha un modo di ragionare fortemente deterministico. Per determinismo si intende quel tipo di pensiero che guarda un dato fenomeno come un effetto determinato da una o più cause. Con la visione deterministica, e con suo fratello il meccanicismo, la realtà è un insieme di cause ed effetti. E, ancor più caratterizzante, si ha la pretesa di poter conoscere tutta la concatenazione di cause ed effetti, basta avere sufficienti dati a disposizione. Still è meticoloso (prima nel pensiero e poi nella pratica, come abbiamo capito nel paradigma emergente numero 1) nell‘applicare questo tipo di pensiero, tanto da arrivare a dire questa frase che, forse, meglio di tutte riassume questo paradigma “La malattia in un corpo anormale è tanto naturale quanto la salute se tutte le parti sono al loro posto” (pag 12). Un estremismo, ma si tratta della logica conseguenza di questo tipo di visione del mondo.
In questa seconda frase troviamo la sintesi dei primi due paradigmi “Ecco una lista di domande principali da sottoporre al critico meccanico, al filosofo e all’ingegnere che sono in grado di risalire dall’effetto o dalla frizione alla causa che provoca tale effetto” (pag 23). Questa sorta di ‘ossessione per la causa’, causa che sta determinando un dato segno/sintomo/malattia, contamina la mente del lettore già dalle primissime pagine in maniera decisa “Qualsiasi condizione diversa dalla perfetta salute ha una causa e la causa si trova da qualche parte” (pag 29). Addirittura Still fugge intellettualmente dal pantano della vuota eleganza lessicale medica, preferendo la comprensione delle cause “non importa quale nome venga attribuito alla malattia, basta che se ne conosca la causa” (pag 197).
Il determinismo di Still ha anche la caratteristica di essere lineare: una causa, un effetto, una causa, un effetto. Poi gli effetti possono diventare cause, ma si mantiene una sorta di “catena” meccanicistica e lineare tra le cause e gli effetti. Ricordiamo che Still era un vero ingegnere con qualche brevetto depositato, quindi il suo ragionare era veramente super deterministico e meccanicista, per cui tutto è una concatenazione “Dovremmo considerare una cosa seria il cercare di conoscere la causa e il rimuoverla” (pag 109). Il legame tra gli anelli della catena sono sempre anatomici e fisiologici, per questo è ossessionato dalla conoscenza teorica. Nella terza parte parleremo di ragionamento e trattamento patogenetico.
Still mi ha sorpreso, dandomi una lezione sulla sua capacità di rimanere aperto all’osservazione dei fenomeni clinici senza troppi pregiudizi, quando si accorge che vi è un legame tra intestino e attività cerebrale. Ad esempio il vecchio dottore afferma che l’intestino ha un ruolo centrale nelle convulsioni infantili che “… qualsiasi irritazione derivante da cibo non digerito ha molto a che fare con le convulsioni infantili” (pag 160), prendendo atto di un legame tra patofisiologia intestinale e attività cerebrale che oggi la scienza moderna ci sta confermando.
Dove eravamo rimasti? Ah, che il pensiero determinista, meccanicista è di tipo lineare non contemplando le dinamiche non-lineari, caratteristiche dei sistemi complessi studiati dalla scienza della complessità. Questo è certamente un limite, ma glielo perdoniamo: la scienza della complessità sarebbe comparsa 15-20 anni dopo la sua morte. Qui, qui, qui, e qui vi lascio le recensioni di 4 libri sul tema, con annessa qualche sintesi sugli elementi centrali della scienza della complessità.
Infine, perché ho aggiunto l’aggettivo ‘strutturale’? Still fa quasi esclusivo riferimento agli aspetti strutturali, le ossa in primis, poi i muscoli, solo alla fine i visceri (ma sempre intesi in maniera strutturale). Infatti, circa la diagnosi e il trattamento, posso dirvi che emerge il concetto di un’osteopatia strutturale, con continui riferimenti alla simmetria e alla capacità di movimento delle strutture (diagnosi) e numerose spiegazioni di tecniche dirette (contro barriera) che vengono fatte con forza e decisione “Esercito una notevole pressione” (pag 35). Mi sono reso conto di questo aspetto quando scrive questo “Faccio questo a mani piatte, e intendo, MANI PIATTE. Tenete la punta delle dita lontana da tutto l’addome perché, se non lo fate, provocherete una contusione a un rene, a un uretere, alla milza, al peritoneo, all’omento o al fegato” (pag 101). Il maiuscolo non è mio, ma è originale del libro. Per usare l’accorgimento delle mani piatte, pena il rischio di danno anatomico, posso solo immaginare il livello di pressione che Still utilizzava! Allo stesso tempo, e questo è bene ribadirlo per i meno delicati, le tecniche non devono mai essere invasive, dolorose, spiacevoli. Se siete interessati qui ho raccolto e commentato 3 passaggi che riguardano questo tema. Vi invito a leggerli attentamente.
Allo stesso tempo, Still ci fa capire che la forza va dosata in base al paziente e dalla lettura possiamo capire che era capace anche di tecniche delicate “Accarezzando con dolcezza l’articolazione e la gamba, perché non necessario esercitare molta forza su un bambino” (pag 159). Questa è l’essenza dell’arte osteopatica, e dell’arte in generale:
saper modulare un gesto
in funzione del contesto.
Toh, anche qui il concetto dell’essenza relativo-contestuale delle cose! E, per un neurocentrico come me, significa “saper modulare il tuo output (che diventa input al sistema che stai trattando), in funzione dell’input che ricevi (che sarebbe l’output che parte dal sistema che stai trattando), in maniera continuativa, fluida e spontanea”.
Questa è l’ultima frase che riporto a riguardo “Aggiusto tutte le vertebre con cautela, ma esercitando comunque una forza considerevole, sugli adulti” (pag 191).
Concludo questo 2° paradigma emergente, rischiando di risultare antipatico a qualcuno, ma il mio riferimento deve rimanere l’onestà intellettuale. Mi è stato spesso raccontato che Still nella seconda parte della sua vita avesse cominciato ad approcciare l’aspetto fluidico abbandonando quello strutturale, ma nella lettura di ‘Ricerca e pratica’ questa cosa io non l’ho percepita. Mi sto convincendo che i meriti (o i demeriti secondo qualcuno) dell’introduzione dell’osteopatia fluidica siano esclusivamente di Sutherland e seguaci. Se mi sto sbagliando ditelo pure, riportando magari qualche frase che denoti questo aspetto.
Curiosità: Still, medico di frontiera (e di campagna), fa riferimento a tavoli e letti di trattamento ma anche a sgabelli e stipiti delle porte! Si! Nel descrivere qualche tecnica (che bello! A volte sembra di vederlo all’opera!) dice “mettete il paziente con la schiena sullo stipite della porta”.
Ecco qui la terza parte, con gli altri 2 paradigmi emergenti!
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Buona lettura!
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A cura di Giandomenico D’Alessandro
Ovviamente leggerti è sempre un piacere… ciò che mi sono sempre domandato è quanto, “l’attenzione divisoa”, possa aver determinato il successo clinico di Still, pur avendo un approccio meccanicistica. Credo che in modo inconsapevole, nonostante sia acclarato che durante le manovre esercitasse “una notevole pressione”, l’afferenza cognitiva lo portasse a far emergere fenomeni dei quali non avesse conoscenza alcuna. Per la mia minima esperienza, più volte ho riscontrato che anche una tecnica diretta, introdotta con attenzione divisa (in modo inconsapevole), possa portare il paziente in neutro… cmq mi farebbe piacere approfondire questo aspetto. Con la stima di sempre.
Gianleo.
Grazie Gianleo, quello che dici è molto interessante: l’attenzione divisa se usata durante le tecniche dirette, certamente aggiunge qualcosa alla tecnica. Still la usava?
Non lo so, ma nel caso di Still nel libro ‘Ricerca e Pratica’ non ho notato frasi che possano farci pensare che lui utilizzasse l’attenzione divisa. Anzi, ho avuto la sensazione che la sua attenzione fosse un “bisturi”. La sua personalità (di cui parlo nel 4° articolo) rende la sua azione quasi maniacale, e l’attenzione dietro l’azione è iper-focalizzata. Questa è la sensazione che ho avuto leggendo il libro.
Quindi, fermo restando che sono d’accordo con quello che dici, ovvero della possibilità di dividere l’attenzione anche in tecniche “superdirette”, nel caso di Still, secondo la mia analisi del libro, vi era l’esatto opposto: attenzione focalizzata (e quindi, azione focalizzata).
Sono sicuro nell’aggiungere che (sempre partendo dall’idea della personalità di Still che traspare dal libro) le sue azioni contenessero un livello di INTENZIONE inimmaginabile. Come sai, è un concetto diverso dall’attenzione… ma dovremmo riflettere anche su quello.
Se i trattamenti di Still avevano qualcosa di “speciale”, cioè qualcosa che facesse emergere (anche se non ne era consapevole) qualcosa di più profondo (come dici tu, il neutro o processi terapeutici spontanei) questo secondo me non era l’attenzione divisa ma l’intenzione, che (grazie perchè a questo cosa non avevo pensato prima) affonda le radici nella sua granitica certezza/fiducia interna. Forse anche l’incredibile capacità di visualizzare le strutture anatomiche poteva essere un elemento aggiunto… molto interessante, mi hai dato spunti preziosi… grazie Gianleo!