Il discorso è sempre più ampio, sistemico, relativo-contestuale e ci sono molte eccezioni ma la risposta introduttiva è semplice. La zebra inseguita dal leone, è sottoposta ad uno stress acuto che forza la sua fisiologia agli estremi per qualche decina di secondi: cuore che batte all’impazzata, polmoni che gestiscono decine e decine di litri d’aria, muscoli che sprigionano una capacità contrattile diversamente impensabile, intestino che si blocca nella sua funzione per risparmiare energia (insomma, per i più secchioni la classica risposta “fight or fly”); se la zebra si salva tutto torna alla calma e pacifica normalità della vita di una zebra. Si, ma perché non le viene l’ulcera (una tipica malattia che è stata messa in relazione allo stress)? Il punto è questo: alle zebre (e a tutte le prede) non viene l’ulcera perché, una volta scampate alle grinfie del leone, non stanno lì a rimuginare (“oddio, potevo morire. Chissà se mi salverò la prossima volta!”) sulla situazione appena passata.
Eppure hanno rischiato di andare incontro alla massima minaccia per un essere vivente: la morte. Semplicemente “non si fanno problemi”. Avete presente la canzone di Timon e Pumbaa? Senza pensieriiii la mia vita sarààààà, chi vorrà… ecc ecc.
[Piccolo inciso: nel libro ci sta anche un paragrafo che affronta il problema dell’Helicobacter Pylori che, una volta scoperto, si è pensato essere l’unica causa dell’ulcera (viva la linearità e il pensiero meccanicistico!) andando contro chi sosteneva che l’ulcera fosse una malattia in cui lo stress fosse l’elemento principale. È sempre l’incontro tra agente esterno e terreno che conta, non l’uno o l’altro da soli…]
Torniamo a noi.
La domanda successiva è “perché agli umani VIENE l’ulcera?”. Siamo abbastanza svegli da capire qual è la storia: avendo un prefrontale invidiabile, siamo dei veri e propri maestri nell’immaginare scenari assurdi che (spesso) non stanno né in cielo e né in terrà e in grado di fare quello che la scienza chiama ‘le seghe mentali’. E la cosa bella è che le ‘seghe mentali’ ce le facciamo per motivi molto meno importanti di una morte scampata per un pelo. Come fa notare Salposky, il tipico uomo occidentale non è in pericolo di vita: non ci sono predatori, non moriamo per malattie infettive stupide come poteva accadere una volta, anzi abbiamo cibo, acqua, riparo, conoscenza e tecnica medico-sanitaria in abbondanza. Ma, a differenza delle zebre viviamo in uno stato di costante, magari non sempre acuto, ma costante stress, soprattutto (avete capito) mentale che altera la nostra fisiologia in maniera cronica, cosa che la Natura (o Dio, se preferite) non avevano previsto. Ecco che quando questo stato di (anche qui, per i più secchioni) di carico e sovraccarico allostatico si mantengono oltre le capacità biologiche di adattamento, avviene il patatrac fisiologico: ecco la malattia che si manifesta in tutta la sua individualità a seconda dell’individuo e dei suoi punti deboli genetici, congeniti o ambientali che siano. Ecco che abbiamo l’ulcera, o il colon irritabile, l’insonnia o qualche patologia cardiaca, il diabete di tipo 2 o (l’esempio che personalmente mi colpisce più di tutti) il ciclo mestruale che non torna più o amenorrea in medichese (sempre per i secchioni).
Ripeto la frase iniziale di questa recensione: il discorso è sempre più ampio, sistemico, relativo-contestuale e ci sono molte eccezioni. Ed è per questo che ci troviamo di fronte ad un libro di 469 pagine (note comprese), altrimenti sarebbero bastate 50 pagine per raccontare quello che vi ho raccontato io in poche righe. Per esempio, gli studi che valgono per i roditori o per i moscerini non valgono per i primati e gli umani e viceversa. Ci sono un sacco di sottili differenze tra i vari animali e anche tra le varie popolazioni umane perché, essendo animali culturali, l’ambiente (inteso come educazione ricevuta, società, ecc) modifica il nostro modo di essere.
Ovviamente non si parla solo di stress psicogeno (stress che origina dalla mente e che poi condiziona il corpo, diremmo ‘stress top-down’), ma anche di stress corpogeno (esiste in italiano questa parola?!) che cioè parte dal corpo (ad esempio una lunga malattia, o un’ustione estesa) che poi altera il modo di funzionamento del corpo in altre sue parti e, perché no, anche la mente (diremmo ‘stress bottom-up’).
Ah, prima che me ne dimentichi: normalmente non includo le note a fine libro nel numero di pagine, ma in questo caso le includo in quanto sono una preziosa miniera di aneddoti, informazioni più specifiche, consigli di lettura e articoli specialistici. Questo è un punto forte del libro a mio parere. Ah… e il sottile umorismo che caratterizza il libro c’è anche nelle note! Altro punto forte, perché i sorrisi alleggeriranno la lettura.
Ma un attimo: chi è l’autore? Robert Salposky è professore di biologia e neurologia alla Stanford University ed è primatologo (ovvero, studia i primati) presso l’Institute Primate Research del Museo Nazionale del Kenya.
Questo è un libro che ha un posto speciale nella rubrica Consigli di lettura perché lo consiglierei a tutti: ad un pubblico non specialistico perché i pilastri della fisiologia sono spiegati semplicemente (qualche ragazzino potrebbe anche riconoscere la propria passione) e i miliardi di esempi sono chiarissimi. Consigliato anche agli specialisti che possono saltare i paragrafetti di sintesi di fisiologia (se ve la ricordate ancora!). I clinici possono trovare molti esempi da portare ai propri pazienti per educarli in tal senso e gli specialisti divulgatori possono avere un esempio di come scrivere un libro completo, particolareggiato ma non pesante. Per intenderci, è un libro molto simile a quelli di Goleman (due sue libri li trovate recensiti qui e qui).
Quando lo comprate (sto già dando per scontato che lo leggerete!) troverete certamente un’edizione più recente di quella in mio possesso che vedete in foto e che è del 2012).
Solo qualche parola sull’organizzazione del libro: il primo capitolo è introduttivo, mentre il secondo racconta il sistema ormonale. Credevo di saltarlo, ma sarà per il modo di scrivere di Salposky, ma l’ho letto normalmente e ho fatto bene in quanto ho imparato delle cose curiose e divertenti sulla storia dell’endocrinologia! Tutti i successivi 15 capitoli contestualizzano lo stress nei vari ambiti della fisiologia umana: cuore, intestino, sesso e riproduzione, immunità, dolore, memoria, invecchiamento, psicologia, ecc (ve l’avevo detto che è importante la CONTESTUALIZZAZIONE e che ci sono tante eccezioni). L’ultimo capitolo dà dei suggerimenti per “gestire” lo stress. Vi faccio una sintesi (così mi esercito a ricordare). In generale a livello psicologico noi umani siamo meno stressati quando:
- abbiamo più controllo, o meglio, la PERCEZIONE del controllo
- riusciamo a prevedere
- percepiamo che le cose stanno migliorando
- abbiamo sfoghi per la frustrazione (lo sapete che i maschi alpha delle scimmie per gestire lo stress picchiano quelli che stanno più in basso nela gerarchia? E che questa cosa somiglia tanto a quello che succede in maniera sublimata nelle gerarchie delle aziende?),
- possiamo contare sul sostegno sociale
- facciamo attività fisica
Attenzione: anche qui vi sono le eccezioni (ma guarda un po’… sembra proprio che la natura abbia poche regole universali oppure che ve ne siano tante quanti sono i contesti). Ad esempio, se stai male l’attività fisica aumenta lo stress non lo riduce; percepire che il tuo amato cane sta migliorando da quella brutta malattia ma poi muore ti farà aumentare lo stress perché si è creata una non corrispondenza tra la previsione e l’esito; la prevedibilità sembra tutelarci quando lo stressor è di media intensità e se non tarda troppo nel tempo…
Mi fermo qui, come già detto libro consigliabile a chiunque sappia leggere quindi fatemi sapere cosa ne pensate quando lo leggete.
Libro acquistabile cliccando qui
Buona lettura!
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A cura di Giandomenico D’Alessandro