OSTEOPATIA e BPCO (BroncoPneumopatia Cronica Ostruttiva) 

Cosa può fare l’osteopatia nella BPCO? Siamo abituati a considerare l’osteopatia un valido strumento in patologie muscoloscheletriche come la lombalgia e cervicalgia, quindi cosa può fare l’osteopatia in una patologia strettamente polmonare? Si, perchè la BPCO è un acronimo che sta per BroncoPneumopatia Cronica Ostruttiva, una patologia caratterizzata da infiammazione cronica delle vie aeree che riduce il passaggio dell’aria e quindi la capacità respiratoria. Il quadro è dominato da produzione di muco e dispnea (difficoltà respiratoria) e spessissimo i pazienti necessitano di ossigenoterapia. Mi sembra superfluo sottolineare che il tabagismo è un importante fattore di rischio per questa patologia. In Italia è al 7° posto in termini di costi ospedalieri, superando asma, polmoniti e pleuriti. Fatta questa premessa torniamo alla domanda iniziale: cosa può fare l’osteopatia in una patologia strettamente polmonare?

Tante altre volte abbiamo visto che l’osteopatia si presta benissimo al trattamento di un gran numero di patologie, per esempio:

 

Ma perché? Per un semplice motivo:

l’osteopatia NON TRATTA LE PATOLOGIE.
L’osteopatia TRATTA LE PERSONE (che possono avere o meno delle patologie)

detto in altri termini:

L’osteopatia è una medicina di terreno (prometto che torneremo su questo concetto)

 

Arriviamo allo studio che è stato prodotto grazie agli sforzi dei nostri colleghi siciliani Andrea Buscemi, Vincenzo Pennisi e Alessandro Rapisarda del Centro Studi d’Osteopatia Italiano, insieme ad Alfio Pennisi del centro riabilitativo Calaciura e Marinella Coco dell’università di Catania.
Raccontiamo lo studio nella maniera classica, ovvero sintetica ma essenziale (vi prometto anche che appena ho tempo scrivo un articolo su come leggere in maniera mirata ma efficace un articolo scientifico, adoperando la modalità “cecchino”)

 

MISURAZIONI 
I colleghi clinici-ricercatori hanno utilizzato 3 tipologie di test per valutare il progresso (eventuale) dei pazienti:
Test di valutazione della BPCO, un insieme di 8 domande atte ad indagare la salute respiratoria.
Spirometria, un classico test che misura la capacità respiratoria e i volumi respiratori.
Test della camminata, in cui i pazienti devono camminare per 6 minuti e i valutatori possono raccogliere dati sulle sensazioni riportate (affanno, stanchezza, eccetera)

 

COME HANNO FATTO 
Vediamo, all’atto pratico, come hanno fatto: i colleghi siciliani hanno costituito due gruppi. In particolare un gruppo di studio e un gruppo di controllo per un totale di 32 pazienti. L’età media era di 71 anni.
I 16 pazienti inseriti nel gruppo di studio hanno ricevuto 4 trattamenti settimanali per 4 settimane secondo un approccio protocollato. Che vuol dire protocollato? Vuol dire che i ricercatori hanno scelto a priori cosa trattare, basandosi su un razionale osteopatico. Io utilizzo aggettivo ‘patogenetico’, aggettivo adoperato nella scuola di osteopatia in cui ho studiato (l’AIOT di Pescara). Vi dirò qualcosa in più su questo aspetto nella seconda parte della recensione del libro di Still ‘Ricerca e Pratica’. Torniamo a noi. Sono stati trattati tutti gli elementi anatomici che hanno direttamente (o patogeneticamente) a che fare con la fisiologia respiratoria: ossa mascellari, ligamenti vertebro-pleurici, nervi frenici, coste, pleure, polmoni, bronchi, muscoli succlavi e ligamenti conoidi.

 

RISULTATI
Andiamo a vedere i risultati che sono molto incoraggianti. I pazienti sottoposti a protocollo osteopatico hanno mostrato un miglioramento significativo nel test di valutazione della BPCO e nella distanza percorsa al test della camminata.
Non ci sono state differenze tra i due gruppi secondo la valutazione della spirometria e nel senso di fatica nel test della camminata.
È molto importante sottolineare l’assenza di effetti collaterali in seguito ai trattamenti osteopatici (dato non da poco, considerando che l’approccio farmacologico classico ha negli effetti collaterali il principale limite).

 

CONSIDERAZIONI 
Arriviamo alle considerazioni (la parte che preferisco).

  • Allora, senza dubbio questo studio è veramente strategico nell’ottica della (imminente, se non già in corso) tendenza dell’osteopatia ad approcciare pazienti cronici. Ce ne stiamo accorgendo come clinici e, non a caso, l’ultimo congresso nazionale del Registro degli Osteopati d’Italia (il 5° dalla rinascita del ROI) ha avuto come tema proprio quello del contributo osteopatico alle patologie croniche. Dobbiamo continuare a spingere in questo senso perché l’aspettativa di vita si allunga e quindi anche l’incidenza delle patologie croniche.

 

  • Considerazione più specifica: mi sarebbe piaciuto vedere un gruppo placebo (quindi un classico RCT a 3 bracci). Infatti l’assenza di un gruppo placebo con tocco non-specifico limita fortemente le possibilità di trarre conclusioni robuste: studiando da 3 anni il fenomeno del placebo in maniera forsennata, per me ha un’importanza rilevante il fatto che siano migliorati report soggettivi e non un outcome (la spirometria) più oggettivo. A proposito qui, qui, qui e qui vi lascio 4 libri sul placebo (da leggere nell’ordine con cui ve li ho riportati e presto ne aggiungeremo altri) mentre qui e qui potete trovare sintesi e analisi di due studi sul ruolo del placebo nelle medicine manuali e in particolare in osteopatia (quest’ultimo fatto dagli amici dell’Istituto Superiore di Osteopatia di Milano). Ah, all’inizio della primavera 2019 con Francesco Cerritelli presidente della COME Collaboration e mio “fratello maggiore”, terrò il primo corso di Osteopatia e Placebo. Vi daremo notizie appena ultimiamo di perfezionare il programma del corso!

 

  • Arriviamo alla considerazione più calda, quella del razionale osteopatico. Ineccepibile da un punto di vista ‘patogenetico locale’, cioè sulla problematica bronco-polmonare: infatti ogni struttura trattata è moooolto importante in termini di fisiologia ventilatoria. Tuttavia questo approccio non tiene conto di tutti gli altri aspetti. Il primo quello metabolico che tenga conto dell’aspetto interocettivo (Ecco un articolo a riguardo che ho avuto il piacere di scrivere sempre con Francesco, lo trovate sia l’originale in inglese che in italiano) e in generale il paziente in toto, rispettando la filosofia osteopatica (che per me non è strettamente osteopatica ma è filosofia, anzi fisiologia “normale”, nel senso “generale”, ma anche su questo prometto di tornarci. Quindi, sarebbe interessante testare un approccio ‘black box’ detto anche ‘patient need-based treatment’, in cui l’operatore tratta il paziente “dimenticandosi” della patologia e guardando l’individuo. Oppure, data la cronicità della situazione, un ‘mix-method’, mischiando tecniche ‘sul problema locale’ e tecniche ‘sul paziente globale’.

 

 

Voglio fare i miei più sinceri complimenti ai colleghi Andrea Buscemi, Vincenzo Pennisi e Alessandro Rapisarda ringraziandoli per questo contributo che ci rivela le potenzialità osteopatiche in una delle condizioni patologiche croniche più importanti della nostra epoca.

 

 

p.s. = mi ha colpito una frase dell’articolo: “i pazienti erano sempre più entusiasti e motivati circa l’approccio osteopatico e nessuno ha rifiutato o sospeso il trattamento”. Vorrei mettere un ultimo accento su questo aspetto. Questo è molto interessante perché, seppure non sia un dato quantitativo, da un punto di vista qualitativo conferma quel “dietro le quinte” che i clinici-ricercatori osteopati conoscono: i pazienti che partecipano agli studi di osteopatia (spesso è la prima volta per molti di loro) esprimono un altissimo gradimento e accolgono con dispiacere la notizia della fine della ricerca.
Questo fenomeno l’ho ritrovato (comunicazioni personali) negli studi sul Parkinson, sull’autismo e in altre condizioni che necessitano un approccio continuativo e ci deve incoraggiare e rendere orgogliosi perchè ci conferma dell’alto livello della relazione osteopata-paziente che inevitabilmente si viene (e si deve venire) a creare durante un trattamento osteopatico. Ah, a tal proposito qui trovate la sintesi e analisi di un altro articolo che ha indagato il livello di soddisfazione dei pazienti trattati osteopaticamente in un ambulatorio ospedaliero!

______________________________________
A cura di Giandomenico D’Alessandro

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.