Ancora una pubblicazione italiana, stavolta dei colleghi milanesi dell’Istituto Superiore di Osteopatia che hanno studiato (link in fondo all’articolo) l’eventuale incidenza dell’empatia dell’osteopata sul risultato clinico. Uno studio tanto interessante che fa della semplicità il suo carattere più elegante.
Estremamente importante, a mio avviso, per 3 motivi
che vediamo alla fine.
COME HANNO FATTO
I tirocinanti del 5° anno hanno compilato la ‘Jefferson Scale of Physician Empathy-Health’ che mira a inquadrare il livello di empatia in ambito clinico (punteggio che va da 20 a 140).
I tirocinanti sono stati divisi in due gruppi sulla base dei risultati:
– 8 Tirocinanti molto empatici (punteggio > 110)
– 5 Tirocinanti poco empatici (punteggio > 98)
(sono stati esclusi quelli con un livello medio)
Sono stati trattati pazienti affetti da dolore muscoloscheletrico diffuso o locale presente da almeno 3 mesi (4 trattamenti osteopatici in 2 mesi), suddivisi in questa maniera:
– 23 pazienti trattati dai tirocinanti molto empatici
– 14 pazienti trattati dai tirocinanti poco empatici
MISURAZIONE
I pazienti hanno utilizzato una comune scala divalutazione per valutare l’andamento del dolore.
È stata fatta una valutazione di follow-up ad 1 mese.
RISULTATI
Tutti i pazienti hanno avuto un miglioramento significativo del dolore.
I pazienti trattati dai tirocinanti molto empatici hanno avuto un miglioramento statisticamente MAGGIORE dei pazienti trattati dai tirocinanti poco empatici a partire dopo il 3° trattamento (registrato alla quarta misurazione)
CONSIDERAZIONI
– Il miglioramento di entrambi i gruppi denota la SPECIFICA efficacia del trattamento osteopatico, sia con alta che con bassa empatia
– Anche se i dati sono di un “observational feasability study”, finalmente abbiamo anche in osteopatia la prima evidenza scientifica che conferma quello che in altri ambiti, anche di medicina manuale, era stato già rinvenuto: l’operatore non ha solo un ruolo specifico, ma anche un ruolo non-specifico che possiamo definire ‘placebo’.
– L’elemento che mi ha sorpreso moltissimo è il timing del fenomeno. Mi sarei aspettato di vedere una differenza IMMEDIATA tra i due gruppi che poi andava ad omogeneizzarsi verso il follow-up. Invece, l’empatia pare essere un alleato “a lungo termine” della diade ‘osteopata-paziente’ e questo ci obbliga, in un’ottica di “protezione a lungo termine” della salute del paziente, di dare il giusto peso ad un approccio clinico empatico.
– Questo studio contribuisce a colmare quello spazio tra “specificità tecnica” e “placebo” che tutta la medicina sta al momento, e secondo me, molto confusamente cercando di approcciare.
Complimenti e grazie al dipartimento di ricerca dell’Istituto Superiore di Osteopatia!
Link articolo originale http://bit.ly/Aquati_2019_Empathy_Osteopathy
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A cura di Giandomenico D’Alessandro