Il vantaggio evoluzionistico dei sentimenti

SINTESI SEMPLICE DEL PENSIERO DI ANTONIO DAMASIO: PREPARAZIONE AI SUOI LIBRI – PARTE 3

Siamo arrivati al punto finale della comprensione della teoria di Damasio (ma non all’articolo finale). Dobbiamo capire in che modo emozioni e, soprattutto, i sentimenti sono nostri alleati per la sopravvivenza. Dobbiamo capire come è possibile che un “fatto privato” (come lo chiama Damasio) così mentale come un sentimento possa far parte della macchina omeostatica.

Questo il programma presentato nella parte zero:

– I livelli della macchina omeostatica
– Cos’è un’emozione
– Cos’è un sentimento (che emerge da un’emozione)
– Il ruolo strategico dei sentimenti nella sopravvivenza
– Sentimenti “come se” o “false rappresentazioni: una considerazione clinica

Nella parte 1 avevamo visto i primi due punti (quelli in arancione)
Nella parte 2 (verde chiaro) abbiamo visto cos’è un sentimento, definendolo la rappresentazione cosciente di un’emozione. Abbiamo anche detto che possiamo possiamo anche essere consapevoli di quel sentimento se facciamo attenzione. Avevamo detto che un’emozione è la rappresentazione dello stato fisiologico corporeo. Non solo le emozioni “famose” (rabbia, tristezza, paura, ecc). Dato che in ogni istante abbiamo un corpo, ogni istante abbiamo un emozione. Essa viene rappresentata ai “piani alti” dove diventa sentimento e noi ne siamo coscienti (con l’attenzione anche consapevoli).

La Natura lascia sopravvivere solo le funzioni utili. Quel che non è utile viene semplicemente abbandonato nel corso dell’evoluzione. E l’Homo Sapiens Sapiens ha una storia abbastanza lunga. Quindi ha avuto tutto il tempo di perdere una funzione superflua come i sentimenti se si fossero rivelati inutili. Spinto da questo interrogativo e osservando criticamente i risultati dei suoi esperimenti, Damasio ha cominciato a pensare quali vantaggi evolutivi i sentimenti potessero assicurare.

“I sentimenti possono essere i sensori mentali per monitorare l’interno dell’organismo, testimoni dei processi vitali colti nel loro svolgimento, le nostre sentinelle (pag 170). La gioia il dolore e gli altri sentimenti sono, in larga misura, idee del corpo mentre esso si orienta verso stati di sopravvivenza ottimale. La gioia e il dolore sono rivelazioni mentali dello stato in cui versano i processi vitali, salvo i casi in cui le sostanze d’abuso o la depressione corrompano la fedeltà della rivelazione”.

In pratica, grazie ai sentimenti noi siamo consci (e consapevoli se ci fermiamo ad “osservarlo”) del nostro stato fisiologico (o patologico), del nostro stato di salute (o malattia). Grazie ai sentimenti noi sentiamo come stiamo. E possiamo eventualmente prendere decisioni più consone per migliorare la nostra situazione fisiologica.

“Giando, ma avevi detto che ci pensava già l’emozione a migliorare la nostra situazione fisiologica! Avevi detto che le mappe somatosensitive e motorie cerebrali relative alle emozioni erano in grado di orchestrare la risposta migliore per l’organismo! Avevi detto che anche senza coscienza (e men che meno senza consapevolezza) di quel che accade, le emozioni sono sufficienti: ci fanno aumentare la glicemia se serve, abbassare la frequenza cardiaca se serve, correre verso uno fonte di cibo se serve, scappare da un predatore se serve”.

Vero. Ma i sentimenti possono fare di più, perché ARRICCHISCONO i repertori d’azioni, ampliano le possibilità di scelta, affinano la risposta. Perché? Perché dipendono da strutture cerebrali ancora più alte! Immaginiamo che è come aver aggiunto altra RAM al computer: esso è più veloce, più efficiente! E questo l’evoluzione l’ha fatto perché l’organismo diventava più complesso e anche l’ambiente in cui era immerso diveniva più complesso.

Si ma non è tutto. Perché questo non giustificherebbe il fatto che noi possiamo sentire i sentimenti. Possiamo avere immagini mentali del corpo.

Ed è a questo che Damasio, già nel suo primo libro “L’errore di Cartesio”, avanza la sua celebre ipotesi. L’ipotesi del marcatore somatico o marker somatico. Come neurologo Damasio si occupava di pazienti con danni cerebrali. In particolar modo egli era colpito da una determinata tipologia di pazienti: quelli che avevano subito delle lesioni della porzione prefrontale, esattamente come uno dei casi più celebri della storia della neurologia: Phineas Gage. Manovale del Vermont che in seguito ad un incidente nel quale una barra di metallo gli perforò il cranio distruggendogli proprio la zona prefrontale, cambiò comportamento


Il 13 settembre 1848 il 25enne Phneas Gage stava lavorando con la sua squadra di operai alla distruzione di una rocca. Per distruggere la roccia vi si creava un buco e lo si riempiva con polvere da sparo. Infine si dava un colpo con una barra di metallo per innescare l’esplosione che, sviluppandosi nella roccia, la distruggeva. Phineas Gage l’aveva fatto centinaia di volte ed era famoso per la sua precisione nella preparazione. Ma quella volta compì un errore. La barra di metallo partì verso l’alto, perforandogli il cranio e andando a cadere a oltre cento metri di distanza. Il miracolo, considerando anche l’epoca, fu che Phineas Gage non morì e, in seguito al cambiamento della sua personalità e del suo comportamento, divenne uno dei casi più celebri della storia della neurologia.

Phineas Gage non riusciva più ad avere un comportamento socialmente accettabile, non riusciva a seguire il buon senso, il senso civico. E tutti i pazienti di Damasio (con una sovrapponibile alterazione del prefrontale a quella di Phineas Gage) presentavano lo stesso comportamento: erano intelligenti, sapevano parlare, leggere, scrivere e far di conto, sapevano svolgere le mansioni normali e anche compiti difficili. Ma messi di fronte a situazioni in cui avrebbero dovuto scegliere (per esempio “scelta vantaggiosa” e “scelta svantaggiosa”), essi si comportavano in maniera illogica, non razionale.

Questi soggetti non erano in grado di compiere scelte vantaggiose per se stessi e per la propria famiglia. Infatti il dramma è che questi soggetti (prima che fosse diagnosticata la lesione prefrontale) erano mal visti dalle proprie famiglie perché all’apparenza erano normali ma facevano scelte assurde. Facendo diversi test, Damasio cominciò a sospettare che questi soggetti non fossero “malati” nel pensiero (pensiero che, tutto sommato, era normale per il resto). Damasio cominciò a sospettare che il cervello di questi soggetti non fosse capace di accedere alle informazioni corporee (quindi emotive) che in qualche maniera avrebbero potuto “suggerire” la scelta più vantaggiosa. In effetti quando dobbiamo prendere una decisione noi facciamo caso alle sensazioni viscerali.

Se vi è venuto in mente l’istinto o il sesto senso… bravi… ottima intuizione, ma ne parliamo dopo.

Damasio fa notare che il nostro linguaggio utilizza spesso metafore corporee quando si tratta di scelte teoriche. Damasio formula, come detto, l’ipotesi del marcatore somatico. Lasciamo la spiegazione a lui

“Ipotizzai che nell’affrontare una data situazione – la scelta fra azioni alternative, e la rappresentazione mentale dei loro esiti – essi non riuscivano ad attivare una memoria emozionale che li avrebbe aiutati a fare scelte più vantaggiose. I pazienti non facevano uso dell’esperienza emozionale accumulata nel corso della vita”.

Ai pazienti con lesioni prefrontali, dunque, manca la possibilità di poter avere accesso a quel sentimento mentale (dipendente dal corpo, come abbiamo visto) che potrebbe suggerire la strada migliore o, quanto meno, segnalare anzi MARCARE che quella scelta è controproducente.

Per spiegarlo meglio facciamo l’esempio del disgusto. 

Immaginate un animale che non ha sentimento, cioè NON può sentire una data situazione corporea.., prendiamo una scimmia. Questa scimmia ha in mano un frutto marcio che ha un pessimo aspetto e ha un odore rivoltante, un odore che anche da lontano le dà la nausea e conati di vomito. Che farà? Non lo mangerà! Arriccerà il naso, atteggerà la bocca come a voler sputare, girerà la testa lontano dal frutto marcio, lo lancerà via e se ne andrà. Cosa è successo? L’emozione disgusto ha marcato con un segnale negativo quel frutto marcio e l’omeostasi della scimmia è salva grazie all’emozione!

Ora, questo esempio dell’emozione, lo dobbiamo portare su un piano più alto, sul piano del sentimento. Nel nostro caso, che possiamo sentire il disgusto, ne possiamo anche essere consapevoli, ci possiamo ricordare di quella volta in cui siamo stati male nel mangiare un frutto marcio. Anche se abbiamo fame possiamo inibire il senso di fame perché ci diciamo “vabbè, lascia stare, aspetta un’altra oretta che sarai tornato a casa e mangia qualcosa che certamente non ti farà male”. Ecco in che senso il sentire l’emozione disgusto facilita la scelta migliore.

“Il segnale marca opzioni ed esiti attribuendo loro una valenza positiva o negativa. Il segnale emozionale non è un sostituto del ragionamento vero e proprio, ma ha semplicemente un ruolo ausiliario, giacché ne aumenta l’efficienza e lo velocizza. Può produrre alterazioni nella memoria operativa, nell’attenzione e nel ragionamento, così che il processo decisionale sia orientato verso la scelta dell’azione che, sulla base dell’esperienza precedente, ha maggiore probabilità di condurre al miglior esito possibile. L’individuo può anche non avere cognizione di queste operazioni implicite. In tali condizioni noi intuiamo una decisione e la mettiamo in atto, in modo rapido ed efficace, senza avere alcuna conoscenza dei passaggi intermedi”.

Mentre si accumula l’esperienza personale, vanno formandosi categorie di situazioni sociali. Le conoscenze che noi archiviamo, riguardanti quelle esperienze di vita comprendono: i dati di fatto relativi al problema; l’opzione scelta per risolverlo; l’esito effettivo di quella scelta e l’esito della scelta in termini di emozioni e sentimenti. Per esempio: ricompensa o punizione? L’enfasi sulle conseguenze non immediate della scelta richiama l’attenzione su un aspetto del tutto particolare del nostro comportamento. Ragionare in termini di futuro è uno dei tratti principali del comportamento degli esseri umani civilizzati. Ogni esperienza della nostra vita si accompagna a un certo grado di emozione e questo è particolarmente evidente in rapporto a problemi personali e sociali importanti. Poco importa che l’emozione compaia come risposta a uno stimolo fissato dall’evoluzione o a uno stimolo appreso: le emozioni e i sentimenti che ne conseguono diventano comportamenti obbligati delle nostre esperienze sociali. Emozioni e sentimenti non sono la sfera di cristallo in cui leggere il nostro futuro. Nel giusto contesto, tuttavia, diventano segni premonitori di ciò che potrebbe rivelarsi un bene o un male in un futuro più o meno prossimo. Il loro dispiegarsi può essere parziale o totale, esplicito o implicito”.

Prima abbiamo nominato il sesto senso, quel fenomeno di cui la scienza (al momento) non ha certezze ma del quale tutti noi abbiamo una così forte certezza esperienziale. “Devo uscire con quella ragazza. Andrà bene, me lo sento; “Ho un colloquio di lavoro domani ma ho un brutto pre-sentimento. Che vuol dire “me la sento”? Come possiamo dare un senso a quel “pre-sentimento”? Fino ad ora non potevamo capire il motivo di questo istintivo e universale lessico, ma adesso che siamo giunti fino a qui, abbiamo la teoria di Damasio su emozioni e sentimenti che può rappresentare la struttura neurofisiologica e neuropsicologica che spiega queste cose! Infatti nelle frasi “Andrà bene, me lo sento” e “Ho un brutto presentimento” l’aspetto centrale è la sensazione, il sentire, quello che abbiamo definito sentimento, la rappresentazione mentale di un’emozione corporea! (certo, ci sono i sentimenti ‘come se’, ma li vediamo nel prossimo articolo).

Letteralmente, pre-sentimento, cioè sentire prima che l’esito della scelta abbia comportato una conseguenza positiva o negativa, fa riferimento alle sensazione corporea associate ad un pensiero. Noi non diciamo “Andrà bene, me lo penso o “Ho un brutto pre-pensiero. Certamente il pensiero è altrettanto importante, ma io non ci arrivo solo col pensiero. Un suggerimento cruciale mi arriva dal corpo che mi segnala che quella cosa è buona o cattiva e quindi “vai tranquillo” o “stai attento e valuta bene”. Damasio direbbe che il corpo MARCA positivamente o negativamente quell’ipotesi di azione. Per adesso questa è la teoria scientifica più vicina a spiegare l’essenza del sesto senso. 

Facciamo un altro esempio che penso sia noto a tutti. Un amico vi chiede se vi va un bicchiere di whisky. Voi dite “oddio, assolutamente no. Solo il nome mi fa vomitare! Da quando infatti sono stato male con il whisky, non lo sopporto proprio!”. Cosa è successo? La sola parola “whisky” è in grado di attivare una memoria emozionale corporea che certamente non è positiva. Questa reazione negativa rappresenta un marker somatico negativo che informa i piani alti del nevrasse come a dire “ehi guarda che è una pessima idea!”. Solo che i piani bassi non lo comunicano con immagini mentali, ma lo comunicano con sensazioni fisiche (negative in questo caso). Che cos’è quel malessere che sentiamo distintamente quando udiamo la parola whisky? Non è forse un pre-sentimento, un sentimento (un ‘sentire’) che viene prima che io effettivamente beva?

Piccola parentesi approfondita su questo esempio: Craig nel suo libro “How do you feel?” illustra questo fenomeno descrivendolo come Single-trial acquisition of a conditioned taste aversion”, cioè avversione condizionata al gusto acquisita mediante un singolo episodio. E pare che il nucleo parabrachiale sito nel tronco encefalo sia il responsabile di questo apprendimento.

Il nucleo parabrachiale (PB) si trova nel ponte ed è una delle più importanti stazioni interocettive.

Cioè si tratta di una memoria emozionale! Il cervello ha imparato qualcosa! Si potrebbero fare diverse considerazioni. Per esempio, è sufficiente un solo episodio traumatico per memorizzare qualcosa quando l’effetto è così dirompente. Se volete, è l’equivalente su aree gerarchicamente basse del ricordarsi dove eravamo durante un episodio molto importante (caduta delle torri gemelle) anche se è accaduto solo una volta. Ovviamente quest’ultima memorizzazione avviene su aree gerarchicamente alte. Ma il principio di funzionamento è lo stesso. Meraviglioso, no? Oppure potremmo fare un’altra divagazione.  La parola “whisky” è in grado di far avvenire una risposta esagerata. Questa è una frase che facilmente potrebbe farci venire in mente il fenomeno della sensitizzazione (del quale trovate qui, qui e qui 3 contenuti da vedere nell’ordine in cui ve li ho elencati). Da un lato è vero e non ho problemi ad accettarlo, ma se devo essere pignolo devo dire che la sensitizzazione è un meccanismo di memorizzazione non-associativo. Nella sensitizzazione ci sta una memorizzazione ma NON avviene in seguito all’accoppiamento tra stimolo condizionato (nome) e stimolo incondizionato (eccesso di whisky) con lo sviluppo di una risposta condizionata (stare male). La sensitizzazione è un fenomeno mnestico attività-dipendente, ovvero, l’attività/attivazione di quei circuiti quando esagerata comporta una facilitazione di attività dei circuiti stessi.

L’ipotesi del marcatore somatico di Damasio potrebbe essere riassunto da questa famosa frase (che avrebbe un fondamento scientifico molto forte)

“Non è come pensi, è come senti”

La riprenderemo nel prossimo articolo; articolo che non era inizialmente in programma. Pertanto il programma è diventato questo qui:

 

– I livelli della macchina omeostatica
– Cos’è un’emozione
– Cos’è un sentimento 
– Il ruolo strategico dei sentimenti nella sopravvivenza
– “Non è come pensi, è come senti!”. E se senti male? Una divagazione (osteopatica) sull’ipotesi del marker somatico di Damasio.
– Sentimenti “come se” o “false rappresentazioni: una considerazione clinica

 

Vi lascio con questi ultimi due passaggi di Damasio.

 

“L’eliminazione dell’emozione e del sentimento dallo scenario umano implica un impoverimento della successiva organizzazione dell’esperienza. Se le emozioni sociali e  i sentimenti corrispondenti non vengono adeguatamente dispiegati, e se il legame fra situazioni sociali da una parte, e gioia e dolore dall’altra, si rompe, l’individuo si trova nell’impossibilità di classificare nella propria memoria autobiografica l’esperienza degli eventi servendosi di quel marchio affettivo che servirebbe ad attribuirle la sua qualità buona o cattiva.

 

“Le emozioni vere e proprie e i sentimenti promuovono una regolazione vantaggiosa dei processi vitali. I sentimenti coscienti sono eventi mentali cospicui che richiamano l’attenzione sulle emozioni che li hanno generati e sugli oggetti che, a loro volta, hanno indotto quelle emozioni. I sentimenti migliorano e amplificano il processo di controllo delle funzioni vitali. I meccanismi alla base dei sentimenti consentono le correzioni biologiche necessarie alla sopravvivenza offrendo informazioni esplicite e ben evidenziate riguardo allo stato in cui versano le diverse componenti dell’organismo, istante per istante”.

 

Ecco qui la 4^ parte!

 

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L’errore di Cartesio
Emozione e coscienza
Alla ricerca di Spinoza

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A cura di Giandomenico D’Alessandro

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