Finalmente è giunta l’ora! Questa è una recensione speciale, perché speciali sono il libro e l’autore. Si tratta di ‘Ricerca e pratica’, scritto dal padre fondatore dell’osteopatia, Andrew Taylor Still. Dicevo che “finalmente è giunta l’ora!” perché fino al 2019 non avevo letto nemmeno un libro di Still, il padre fondatore della nostra amata osteopatia.
Un fatto imperdonabile per chi intimamente sente di essere un vero osteopata.
Il 2020 ha portato con sé la promessa di entrare a diretto contatto con le opere di Still e degli altri maestri osteopati per poter studiare quello che loro ci hanno lasciato di scritto, senza intermediari o interpretazioni altrui! Questo perché temo le distorsioni di chi tramanda l’osteopatia originale: non tanto le distorsioni volontarie, quanto le distorsioni involontarie, che esistono necessariamente come “effetto collaterale” della presenza di un cervello che è a tutti gli effetti una lente con cui interpretiamo il mondo. [Ricordatevi questo concetto perché tornerà nella quinta parte della recensione quando vi parlerò dei ‘bias cognitivi’ di Still]. Ma non dovremmo voler avere un contatto diretto con i maestri osteopati perché dobbiamo prendere quello che dicono come oro colato, anzi: dobbiamo mantenere un alto senso critico: solo così possiamo garantire eccellenti standard di pensiero e pratica, anzi di “ricerca e pratica”, due termini (non unanimemente) considerati fondamentali per l’osteopatia.
E quella di ‘Ricerca e pratica’ sarà la prima recensione anomala della rubrica ‘Consigli di lettura’. Perché questo? Perché includerà anche una sintesi formalizzata dei paradigmi emergenti del pensiero di Still per come, appunto, emergono dal libro stesso.
Che cosa intendo ‘paradigmi emergenti’?
Intendo quei modelli di pensiero, quegli schemi intellettuali che ho notato essere trasversalmente presenti in tutto il libro e che compongono l’essenza della pratica osteopatica per come era concepita da Still.
A volte saranno concetti emergenti lampanti perché Still li presenta in maniera netta, altre volte sono concetti emergenti che ho formalizzato io stesso, mettendo insieme i pezzettini di questo tesoro lasciatoci da Still.
Siccome ho un cervello anch’io e quindi interpreto il mondo, per non rischiare di cadere nella trappola delle distorsioni involontarie, riporterò spessissimo, le citazioni originali del libro così che voi possiate rendervi conto della veridicità (o meno) del paradigma emergente per come io l’ho compreso e formalizzato. (le citazioni originali saranno di colore arancione così da notarle subito!).
Ho diviso questa recensione anomala in otto parti, sennò sarebbe stata troppo lunga e vi sareste annoiati.
La recensione vedrà queste parti:
- Prima parte: Introduzione + recensione classica (l’articolo che state leggendo adesso)
- Seconda parte: Paradigmi emergenti n° 1 e n° 2
- Terza parte: Paradigmi emergenti n° 3 e n° 4
- Quarta parte: La personalità di Still per come emerge dal libro
- Quinta parte: I bias cognitivi di Still
- Sesta parte: La presenza del placebo nell’osteopatia di Still (1)
- Settima parte: La presenza del placebo nell’osteopatia di Still (2)
- Ottava parte “bonus”: curiosità e fatti rilevanti
Occhio, eh! Dopo la quinta parte ci saranno due articoli prodromici alla sesta parte. In essi esporrò il paradigma ‘specificità/non-specificità’ del placebo, fondamentale per capire la sesta parte.
Alla fine di ogni parte troverete il link per la parte successiva!
Se non siete d’accordo o volete aggiungere qualcosa, condividete tutto nei commenti qui sotto: renderete felicissimi me e tutta la comunità osteopatica, la quale può crescere solo attraverso il critico confronto.
Cominciamo!
E cominciamo con un primo fatto “tecnico”: dei 4 libri editi da Castello Editore, questo è cronologicamente l’ultimo libro scritto dal vecchio dottore (1910), tant’è che nella prefazione Harold Goodman lo definisce il “canto del cigno” di Still. Inspiegabilmente, però è il numero 1 di questa serie di 4 libri.
Perché non l’hanno pubblicato come 4° (e ultimo libro),
rispettando l’ordine cronologico originale di pubblicazione?
Non lo so.
Io mi sono fidato dell’ordine proposto dalla casa editrice e solo dopo averli letti tutti potrò dirvi se conviene leggerli in quest’ordine o seguire l’ordine cronologico originale di pubblicazione.
Secondo fatto: durante tutta la lettura occorre tenere a mente che Still è vissuto tra il 1828 e il 1917, un periodo in cui la medicina era ancora molto arretrata: purghe, emetici, salassi e chirurgia alla meno peggio erano i poco scientifici strumenti “terapeutici” a disposizione del medico per aiutare il malato, che spesso facevano più male che bene. A tal proposito non vedo l’ora di leggere un libro di Giorgio Cosmacini dall’ippocratico titolo “L’arte lunga” che racconta la storia della medicina.
Ma torniamo a noi.
Perché è importante conoscere lo stato della medicina dell’epoca per meglio comprendere il pensiero di Still e dunque l’osteopatia? Perché Still sarà molto molto duro con la medicina dell’epoca e tale severità è possibile “giustificarla” pensando all’arretratezza medica dell’epoca. Non dimentichiamo che Still perse la moglie e 3 figli a causa di un’epidemia di meningite che imperversò in Kansas e Missouri tra il 1863-1865 (10 anni prima del 22 Giugno 1874, data in cui Still ebbe l’idea del nome ‘osteopatia’ e che oggi celebriamo come “data di nascita” dell’osteopatia). Quando parla della meningite spinale (fra poco vi dirò che il libro è organizzato per patologie), Still fa riferimento a questo episodio personale, riconoscendo tutti i limiti della medicina di allora: “[la meningite] visitò la mia stessa casa e assassinò quattro membri della mia famiglia, nonostante gli sforzi di noi medici per cercare di evitarlo” (pag 169). Questo episodio spinse Still a studiare ancora di più l’anatomia e la fisiologia per poter comprendere come funzionano la Natura e la Salute (questi studi porteranno a definire i principi filosofico-meccanici dell’osteopatia – vi spiego fra poco perché li chiamo così). Inoltre, in quel periodo era arretrata non solo la terapeutica medica. Anche la conoscenza medico-biologica generale era povera, grossolana e non paragonabile a quella attuale.
Questo è da tenere in considerazione perché Still si lancia in interpretazioni biologiche della fisiologia e dei processi patologici che, per dirla in maniera colorita, non stanno né in cielo, né in terra. Ad esempio: l’utilizzo dell’alcol per la meningite; miele al diabetico; la bizzarra teoria secondo cui i polmoni lavorerebbero uno alla volta, anche i foruncoli sono la conseguenza di una cattiva vascolarizzazione. Anche qui, Still è figlio del suo tempo (un tempo ‘ignorante’, nel senso che ‘non conosceva’ tutte le cose che conosciamo oggi). Quindi gli possiamo perdonare un po’ di castronerie, evitando di portarcele ai nostri tempi, perché sarebbe scientificamente insostenibile. E gli possiamo anche perdonare quell’atteggiamento intellettuale-scientifico che traspare dal libro in maniera netta e che è caratterizzato da scarsa considerazione delle altre “-patie” come le chiama lui, eccessiva sicurezza nei suoi mezzi e nei “suoi” principi. Di questi aspetti ve ne parlerò nella terza parte di questa recensione, anche perché secondo me Still era esposto ad un rischio molto alto di bias cognitivo di conferma (quinta parte) che gli ha impedito di rendersi conto di alcune cose della realtà clinica, fino ad arrivare ad avere visioni distorte della realtà clinica.
Per adesso ricordate solo che quando leggerete questo libro siete di fronte ad un libro del 1910, quindi con aspetti scientifici da prendere con le pinze.
L’impostazione di “Ricerca e pratica” è sorprendente perché consiste nella disamina di tutte le patologie (allora) conosciute. Sorprendente perché l’osteopatia tiene poco conto della patologia in sé ma si concentra sul “terreno” paziente. Ogni patologia è schematicamente esplorata alla stessa maniera:
- Alcune righe riportano la definizione e descrizione medica (di quel tempo) della patologia in questione
- La parte centrale vede l’aspetto filosofico o, se preferite, teorico e in cui Still ci porta a ragionare sul perché di determinati segni e sintomi (e spesso qui troviamo gli attacchi alla medicina tradizionale).
- La parte finale vede la spiegazione del trattamento, sia in termini di zone da trattare e meno frequentemente la descrizione della specifica tecnica da utilizzare (o meglio da lui preferita).
STOP.
Se devo sintetizzare questo libro in una frase, direi che si tratta di una sorta di manuale osteopatico organizzato per patologie.
Quest’impostazione da un lato rende il libro facilmente “controllabile” da parte del lettore e certamente facilita la consultazione da parte del clinico osteopata grazie ad un indice analitico schematico e preciso; dall’altro la lettura continuativa può diventare “noiosa”. Perché? Perché arrivato ad ¼ delle lettura, qualsiasi persona dotata di una conoscenza basilare della fisiologia corporea ha già intuito i principali paradigmi emergenti della filosofia osteopatica e i principali paradigmi emergenti della terapeutica osteopatica (nella seconda e terza parte parleremo proprio di questi paradigmi emergenti).
Ho provato a far finta di non essere osteopata e i ragionamenti di Still filano logicamente (a parte qualche castroneria come vi avevo accennato all’inizio). Se siete lettori voraci, vi consiglierei di non leggere più di una decina di pagine per volta ma di diluire la lettura nel tempo, perché vi annoioreste.
Fortunatamente ci sono due tipologie di variabili che rendono più coinvolgente la lettura. In primo luogo ci sono (non per tutte le patologie) i casi clinici capitati a Still e gli aneddoti di un’intera vita da clinico osteopata: la lettura diventa necessariamente avvincente (Still riporta i nomi dei pazienti, quindi il tutto è ancora più “vivo”); in secondo luogo Still regala dei consigli di carattere generale, ad esempio qui vi ho riportato quello relativo alla speranza, alleata dell’osteopata e del paziente. Queste due variabili fanno sentire il lettore un allievo diretto del maestro perché, da studenti, amiamo (o per lo meno, per me è una delle cose più belle) sentir raccontare le esperienze dei nostri maestri, come anche quei consigli che i maestri ci danno un istante dopo aver assunto un’aria solenne e teatrale, consapevoli che si sta per dire una frase importante o un discorso che racchiude una lezione o un consiglio prezioso. Ecco, nel libro si apprezza moltissimo questo elemento di “vicinanza”, grazie alla presenza di frasi come “Questo è il consiglio che offro ai giovani osteopati” (pag 71). Aspettatevi uno stile diretto, un tono franco e tagliente, raramente amichevole, spesso severo…
…aspettatevi di incontrare Still.
Sì, se letto con attenzione e se avete ancora un po’ della capacità di immaginare, davanti a voi comparirà l’immagine viva di Still, immagine che ho provato a dipingervi nella quarta parte. Che altro dire per ora? Aggiungiamo solo che la difficoltà, in termini contenutistici, è veramente minima per qualsiasi persona dotata di un minimo di conoscenza anatomo-fisiologica.
La parte “classica” della recensione è finita. Cliccando qui potete accedere alla seconda parte che contiene la sintesi formalizzata dei primi 2 paradigmi emergenti di questo libro!
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Buona lettura!
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A cura di Giandomenico D’Alessandro