Aggiornamento continuo in osteopatia (dal passato) – 3

Stavo trattando una paziente che conosco da più di un anno insieme al mio amico e collega Davide. A fine trattamento Davide ci dice di aver apprezzato un processo terapeutico in zona diaframmatica (riporto testualmente le sue parole) “come se ci fossero stati episodi di vomito ricorrenti con stress sulle ultime coste” (nel frattempo stringe le mani sulle zone ipogastriche a mimare quello che ha percepito).

 

 

Non faccio in tempo a dire la mia, che la paziente racconta “Durante la notte ho la sensazione di avere una chiusura qui” (si tocca i due ipogastri) “e ho la sensazione di dover aprire questa parte perchè è come se fosse chiusa” (fa il gesto di apertura delle coste; per capirci, il movimento che fanno le coste quando si inspira profondamente).

 

 

“Da quanto tempo hai questo fenomeno?” le chiedo

 

Mi risponde “Da quando ero bambina. Spesso vomitavo e avevo dolore in questa zona. Lo dicevo al medico ma dopo le prime volte, siccome non capiva che tipo di dolore fosse, diceva che me lo immaginavo. Ma io non ero pazza, sentivo bene quella sensazione, anzi mi è rimasta fino ad ora!”

 

 

Mi sono alzato dalla sedia e sono andato sul libro aperto sulla scrivania ormai da più di 6 mesi (si tratta di ‘La vita in movimento’ di Rollin Becker) e sono andato indietro di 2 o 3 pagine. Ho ritrovato facilmente il pezzetto che riporto in foto (perchè l’avevo colorato per intero!) e leggo queste frasi di Rollin Becker che sembravano scritte apposta per quella circostanza!

 

 

Mi vengono tante riflessioni, per esempio:

  • la presenza dei cosiddetti MUS (medically unexplained symptoms) nella pratica clinica e quanto siano poco considerati e compresi;
  • la differenza nell’impostazione filosofica (e operativa) tra l’inquadramento medico che è categorico-nosologico e quello osteopatico che è “di terreno”, e come poter comprendere meglio questa differenza per creare una medicina integrata in un sistema sanitario integrato;
  • l’importanza di sviluppare e accrescere la specificità osteopatica (ne abbiamo parlato due sabati fa al workshop sul placebo all’ISO di Milano e ne parlerò SEMPRE quando si parla di placebo). In questo caso la specificità è il tocco diagnostico e, poi, il  tocco terapeutico;
  • la chiara impostazione neurobiologica bottom-up di Rollin Becker (cosa penserebbe oggi nel vedere questa deriva top-down o psicosomatica?);
  • come facciamo a percepire quello che percepiamo?

 

Ma queste parole di Rollin Becker sono troppe belle ed eleganti e raccontano verità cliniche, quindi di questi aspetti ne parliamo un’altra volta.

 

 

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A cura di Giandomenico D’Alessandro

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