PERCHÈ SPIEGARE AI PAZIENTI?

Ci sono alcuni vantaggi nello spendere 5-10 minuti a fine trattamento (almeno in prima seduta) per spiegare al paziente che idea ci siamo fatti del caso clinico. Vantaggi sia

per l’osteopata🔸 che per il paziente🔹

 

🔸 Rielaboriamo in maniera attiva il quadro d’insieme.
🔸 Abbiamo più probabilità di ricordarcene in futuro.
🔸 Siamo “costretti” a continuare a studiare!
🔹 Il paziente capisce di trovarsi di fronte ad un terapeuta che dimostra di avere “in pugno” la situazione da un punto di vista concettuale.
🔹 Si aprono delle parentesi per domande, dubbi o curiosità del paziente stesso.
🔹 Il paziente seguirà più facilmente i “compiti a casa” se essi sono preceduti da una spiegazione (non mi scorderò mai la frase di un paziente che mi disse “anche un altro osteopata mi ha consigliato di andare dal dentista ma non capivo il motivo”).

I 3 elementi relativi al paziente facilitano la cosiddetta ‘allenza terapeutica’, fondamentale per un buon outcome clinico!

 

C’è (almeno) uno SVANTAGGIO: le chiacchiere possono disturbare il calmo, silenzioso e intimo clima che si crea nel corso della seduta osteopatica. Possiamo compensare ciò parlando lentamente e con un tono di voce spostato ai registri bassi.

 

ATTENZIONE: la clinica regge male le generalizzazioni. Esse hanno solo finalità didattica e quello dei ‘vantaggi della spiegazione al paziente’ non fa eccezione! Ci sono, infatti, alcuni pazienti che hanno un’impostazione psicologica tale da non beneficiare delle spiegazioni. Il modo migliore per descrivervelo è riportarvi la frase di un paziente “dotto’, tu mi fai quello che vuoi e io faccio tutto quello che mi ordini di fare ma io di queste spiegazioni non ne voglio sapere niente”.
Esperienza clinica è anche capire quando è bene spiegare e quando no.

 

Ah, troverete osteopati, soprattutto quelli “navigati”, che non riconoscono l’utilità delle spiegazioni al paziente. Ho molto rispetto per chi ha decenni di esperienza clinica e, darwinianamente parlando, se continuano ad avere gli studi pieni di pazienti è evidente che la loro impostazione funziona. Tuttavia, ho la sensazione che sia una questione puramente ‘energetica’ ed ‘economica’, cioè non vale la pena perdere energia e tempo in “chiacchiere”: è bene concentrarsi sulla propria specificità operativa e non sul “contorno”. Questo pensiero è condivisibile perché ci sprona a dirigere le nostre energie a migliorare le nostre capacità tecnico-specifiche, ma è limitante e riduttivo perché significa rifiutarsi di dare importanza alle evidenze che stanno rivelando l’importanza del “contorno”.

 

Ultima cosa: l’utilizzo di un dispositivo visivo (nel mio caso la lavagna) facilita sia la spiegazione che la comprensione: il canale visivo è quello più utilizzato per conoscere il mondo e sarà sempre più stimolato dall’era video-tecnologica in cui viviamo.

 

Ultimissima cosa: va da sè che occorre dedicare un po’ più di tempo all’incontro clinico. Ognuno di voi decida se è un bene o un male. Per me è un bene.

 

P.s. = ci sarebbero alcune cosette da aggiungere
 Come non dare spiegazione egoica
 Come evitare l’auto-condizionamento dell’osteopata con conseguente rischio di condizionare le palpazioni future e quindi limitare i processi terapeutici spontanei
 Come allontanare il rischio dell’eccessiva identificazione da parte del paziente in quello schema esplicativo: non dimentichiamo che la terapia consiste nello sostituire gli specchi con le finestre!

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A cura di Giandomenico D’Alessandro

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