Da 2 mesi una facciata della “lavagna terapeutica” è occupata da questo (bruttissimo) simbolico disegno. Quando si presenta l’occasione (cioè, quasi sempre) mi piace perdere qualche minuto mettendo il paziente di fronte allo specchio.
Si, perché quell’iceberg è lui.
Alcuni si illuminano praticamente all’istante.
Il paziente viene da me per un SINTOMO che è la parte VISIBILE dell’iceberg. Il sintomo per eccellenza è il DOLORE, ma ce ne sono un’infinita, e ognuno di essi, cosa meravigliosa, con decine di migliaia di sfumature. Notoriamente (e il paziente è molto preparato in tal senso!) esiste
una specifica terapia medico-farmacologica per ogni sintomo.
La parte sommersa dell’iceberg simboleggia la complessità causale (aspettate, forse non l’ho sottolineato abbastanza) la COMPLESSITÀ causale che sostiene/genera il sintomo. [E non cadete nella “facile” e abusata spiegazione psicosomatica: è quasi sempre presente ma non c’è solo quello… ne parliamo un’altra volta].
Sempre di fronte allo “specchio” mentre muovo la mano sulla parte sommersa in cui campeggia il punto interrogativo, dico “sarebbe curioso capire i motivi che stanno alla base di ciò, così possiamo agire sulla causa e non sugli effetti” e nomino quelle cose che, per quello che l’esperienza individuale e l’evidenza scientifica mi suggeriscono, possono essere potenzialmente le cause in grado di compromettere la salute. Meglio se le cose nominate sono prese dall’anamnesi dello stesso paziente (il sonno non continuativo, quel vecchio tamponamento, l’intervento dell’anno scorso, la malocclusione, ecc).
Se non era già avvenuto nei primi 5 secondi, arrivati a questo punto di quello che mi piace considerare “un racconto”, negli occhi di quasi tutti i pazienti si è acceso qualcosa.
La potenza del simbolo ‘iceberg’ ha rotto o rovinato l’idea più o meno consapevole che il paziente aveva del sintomo. Qui vi potrei condividere tre tipi di considerazioni che ho maturato in questi anni.
1) Quando NON usare questo tipo di “strumento”
2) Le considerazioni di quello che avviene nella mente del paziente (visione di sè dall’esterno, ridimensionamento e periferizzazione del sintomo, spostamento del focus dal momento presente alla propria biografia)
3) Le risposte, evidenze scientifiche alla mano (troppo comodo usare SOLO la base esperienziale) da dare alle 3 critiche che mi potrebbero fare e vi potrebbero fare, adoperando lo strumento dello “specchio con il simbolo-iceberg”: (1) “non serve”, (2) “non fa parte delle competenze osteopatiche”, (3) “spostando l’attenzione dal sintomo al tutto, togli una potenziale certezza all’impalcatura psichica del paziente”.
Di queste cose ne parliamo un’altra volta…
Quasi mai il paziente è consapevole di quello che accade sotto il pelo dell’acqua.
Spiego al pazente che come osteopata ho il compito di approcciare l’ignoto, palesando le dinamiche sommerse.
Come?
Sia con il ragionamento clinico e l’applicazione di modelli osteopatici più o meno scientifici sia con l’approccio del “be still and know” dell’osteopatia biodinamica
L’importante è farlo in maniera amorevole.
Spiego anche che come osteopata, devo agire per aumentare la capacità di adattamento dell’intero iceberg, sia con l’applicazione di tecniche che rientrano all’interno di vari modelli più o meno scientifici, sia con l’approccio del “be still and know”.
L’importante è farlo in maniera amorevole.
In ultima analisi (ormai la “lavagna terapeutica” l’abbiamo lasciata da un pezzo ma la sua immagine è impressa nella mente del paziente) spiego al paziente qual è il suo compito, magari andare dall’oculista perché il SUO difetto visivo non corretto potrebbe essere una causa importante per quel SUO dolore!
Per finire, mi vengono in mente 3 considerazioni, a cui accenno soltanto in forma di domanda. La loro importanza merita tutta la nostra paziente attenzione e onesta riflessione.
1) In un mondo perfetto, quando è bene utilizzare l’approccio basato sul sintomo quello basato sulll’ignoto?
2) Che valore ha la superficie dell’acqua, ossia la soglia di consapevolezza del paziente?
3) Che significa approcciare l’ignoto? Teoria dei sistemi complessi, approccio olistico possono rappresentare la strada più adatta?
C’è sicuramente una quarta considerazione.
Perché c’è sempre qualcosa di cui ora non sono consapevole.
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A cura di Giandomenico D’Alessandro