La risonanza magnetica nucleare (RMN) è uno strumento molto utilizzato per “vedere meglio” e fare una diagnosi più accurata; essa è tecnologicamente molto migliorata negli anni ed è molto utilizzata nella pratica clinica. Infatti quasi ogni paziente porta con sé un referto di RMN relativo alla sua situazione clinica. Già qualcuno ha sollevato qualche dubbio in relazione all’attendibilità (prima) e all’utilità (poi) degli esami strumentali come la RMN ai fini clinici e questo studio pubblicato 2 anni fa sul giornale “Spine” aggiunge un altro tassello perché mette in evidenza i potenziali errori
della refertazione dell’immagine strumentale.
COME HANNO FATTO
Una donna di 63 anni con lombalgia e sintomi radicolari in L5 si è sottoposta a 10 RMN in 10 differenti centri diagnostici in un periodo di 3 settimane. Non ha riferito ai vari centri di far parte di uno studio. (Tutti gli altri aspetti li trovate nel paper ad accesso gratuito il cui link è nei commenti).
Dopo aver cancellato tutte le indicazioni relative al centro diagnostico, le varie RMN sono state visionate e refertate da uno specialista.
In seconda istanza i suoi referti sono stati controllati da altri due specialisti per “valutare” gli eventuali errori interpretativi servendosi di una classificazione internazionale riconosciuta.
RISULTATI
Lo stesso specialista ha refertato in maniera marcatamente variabile le 10 RMN effettuate dalla stessa persona:
– In 10 RMN sono stati riscontrati 49 diversi reperti e nessuno di essi compariva in tutti e 10. La spondilolistesi anteriore di L5/S1 è il reperto più comune dato che compariva in 9 referti su 10
– Dei reperti interpretativi, il 32.7% appariva solo una volta nei 10 referti
– La Fless kappa (uno strumento standard che serve a misurare la concordanza tra le valutazioni) è stata di 0.20±0.03. Questo indica una scarsa concordanza relativa ai reperti interpretativi. (il range “buono” è di solito fra 0.40 e 0.75)
Per quanto riguarda la valutazione di “consensus” fatta dagli altri due specialisti sui referti del collega, si evidenziano i seguenti risultati per ogni referto
– Totale falsi negativi: 10.9±2.9,
– Totale falsi positivi: 1.6±0.9.
– Veri positivi (sensitivity) del 56.4%±11.7
– Falsi negativi (miss rate) del 43.6%±11.7.
CONSIDERAZIONI
Difficile generalizzare dato che si tratta di un singolo paziente, di un singolo operatore e le 10 RMN sono state fatte nel medesimo istante ma in un periodo di 3 settimane. Ad ogni modo l’eccessiva variabilità nei referti e la scarsa veridicità dei medesimi, suggeriscono diverse considerazioni.
1) È alto il rischio di avere un referto variabile (oltre che poco attendibile) dallo stesso operatore (figuriamoci da operatori differenti). Il problema è che il referto spessissimo “decide” la diagnosi o DIVENTA la diagnosi. Ci sono due potenziali problemi:
– la diagnosi guida la terapia. Questo vuol dire che se la diagnosi è differente anche la terapia lo sarà! E qui si apre un discorso epistemologico e scientifico incredibile perché
– la diagnosi indica la prognosi. Letteralmente <previsione dell’avvenire>. “Come starà il paziente?”, “In quanto tempo guarirà?”, “Quali attività potrà fare?”. Qualcuno potrebbe pensare che sbagliare prognosi è meno grave che sbagliare la terapia. Ma se consideriamo l’effetto placebo e l’effetto nocebo capiamo quanto la prognosi SIA PARTE INTEGRANTE della terapia, soprattutto in condizioni in cui il dolore è l’elemento centrale!
2) Anche ammettendo un’estrema precisione e concordanza nei referti di RMN, questo interessante studio (
➡ https://goo.gl/Hj4JaP) ci suggerisce che forse non è nemmeno utilissimo tenerli troppo in considerazione .
3) Questo studio deve far riflettere la comunità osteopatica in quanto una delle principali critiche e auto-critiche all’osteopatia è la scarsa “reliability” ossia la scarsa affidabilità e concordanza della diagnosi tra i diversi operatori e nello stesso operatore. Pare che, almeno in questo campo, abbiamo lo stesso problema.
Link articolo originale https://goo.gl/t1U3s6
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A cura di Giandomenico D’Alessandro