Osteopatia nel piede torto congenito?
Oggi vi propongo un case report pubblicato su Journal of Bodywork and Movement Therapies a gennaio 2014. Questo articolo, che potete trovare cliccando qui, è in qualche modo legato al mio percorso osteopatico: infatti, ho avuto la fortuna di poter trattare neonati con piede torto congenito presso l’ospedale di Chieti, nell’ambito del mio tirocinio all’AIOT di Pescara.
Ed è proprio una di queste neonate la protagonista di questo case report!
Vediamo di che si tratta!
Piede torto congenito
Cosa è?
Il piede torto congenito è una vera e propria malformazione del piede. Questa condizione, come testimonia l’aggettivo “congenito” è presente già dalla nascita. La caratteristica, facilmente visibile anche ai non addetti ai lavori, è l’anomala posizione del piede che rende impossibile al bimbo il normale appoggio plantare.
Quali sono le cause?
Sebbene le cause non siano note, sicuramente è durante lo sviluppo embriologico che la struttura tende ad acquisire un posizionamento anomalo. Dello sviluppo embriologico ne so qualcosa. Se ti interessa, ti consiglio il mio nuovo sito www.embriologiabiodinamica.it
Come si cura?
Il trattamento medico prevede l’utilizzo di gessi ortopedici correttivi che, cambiati settimanalmente, portano progressivamente il piede nella posizione corretta. Altri presidi ortopedici e la tenotomia del tendine d’Achille sono spesso utilizzati. Si può arrivare all’intervento chirurgico.

Lo studio
La neonata
La neonata protagonista del case report presentava un piede torto equino-varo-supinato. Questa è la presentazione più frequente (circa il 70% dei casi). La neonata, trattata con i classici gessi ortopedici, ha potuto usufruire dei trattamenti osteopatici proprio grazie alla collaborazione tra l’AIOT di Pescara e il reparto di ortopedia dell’ospedale di Chieti.
Trattamento osteopatico
Sono stati fatti 4 trattamenti osteopatici, prevalentemente con tecniche di release miofasciale. Vi state chiedendo se sono state trattate solo le aree degli arti inferiori? Assolutamente no! Sono state trattate le coste, l’area cervicale, la base cranica, il diaframma, la colonna toracolombare e l’osso sacro. E gli arti inferiori? Quello è il bello: tibie e caviglie sono state trattate solo nelle prime due sedute, in quanto negli ultimi due incontri entrambe le gambe erano ingessate!
Risultati

Nell’immagine qui sopra potete vedere la differenza tra prima e dopo. Gli autori aggiungono che la precoce risoluzione evidenziata durante la terza visita ortopedica ha permesso di evitare l’ultima serie di gessi correttivi, ai quali la piccola paziente era candidata.
Considerazioni
Si parla tanto di integrazione ma mancano degli esempi adeguati. Ecco, questo è un notevole esempio di come il trattamento osteopatico in ambito ambulatoriale/ospedaliero possa aiutare il processo di correzione ortopedico e, molto probabilmente, la riduzione di problematiche in futuro.
La correzione di una deformità muscoloscheletrica necessita un’importante forza esterna che quindi richiede:
– molta elasticità della parte anatomica interessata
– grandissima capacità di adattamento di tutto il corpo.
Ecco come si estrinseca l’integrazione fra osteopatia e ortopedia:
Il trattamento osteopatico garantisce il massimo del potenziale correttivo dell’individuo in modo tale che il presidio ortopedico incontri la minor resistenza possibile.
Vuoi sapere qualche “dietro le quinte”?
Posso rivelarti qualche retroscena di questa esperienza perchè, come ti ho detto nell’introduzione, parte del mio tirocinio si è svolto nel reparto di ortopedia dell’osepdale di Chierti da cui è “uscito” questo case report.
Quello che voglio far presente è la totale scomodità in cui trattavamo questi neonati.
Innanzitutto avevamo 10-15 minuti per fare il trattamento. Questo era il tempo che ci rimaneva una volta che il neonato aveva messo il nuovo gesso (dopo aver rimosso il precedente). Infatti il tutori non si limitava ad assisterci durante il trattamento ma trattava insieme a noi. A volte ho avuto la sensazine che fosse lui a fare l’intero trattamento. Inoltre il neonato era stato traumatizzato dalla procedura dei gessetti, quindi non era ideale trattarlo. Dall’articolo hai capito che pochi trattamenti si potevano fare senza gesso. Magari al primo accesso del neonato in reparto, oppure nell’attesa che finisse un neonato precedente. Per il resto i trattamenti erano fatti con i gessetti.
L’ambiente non era ottimale in quanto c’era un gran caos. Immagina la scena: una stanza non grandissima con dentro (come minimo) 12 persone. Da un lato c’eravamo noi: il tirocinante di osteopatia, il tutor di osteopatia, il neonato che stavamo trattando e i due genitori che guardavano attenti. Di fianco a noi, separati da un misero separè, c’era un altro neonato che era sottoposto a visita e nuovo gesso (solo in pochi non piangevano…), con ortopedico, specializzando e tecnico e ovviamente i due genitori. Più in là, alla scrivania, c’era il primario.
Ma la parte più spinosa dell’ambiente era quella dei tecnici e degli ortopedici che ci guardavano dall’alto verso il basso. Li capisco pure. Chi occupa una posizione di potere è normale che si veda minacciato.
Ad ogni modo anche questo aspetto è stato un modo per crescere: dovevamo concentrarsi nel nostro lavoro, facendo il massimo che potevamo con il poco che ci era concesso. Noi osteopati siamo abituati a lavorare “a testa bassa”. A parlare, poi, saranno i risultati.
Still diceva infatti
“Un osteopata si giudica sulla base dei risultati che ottiene”
E questo, sebbene si tratti di un case report, è un risultato significativo!
Adesso sono necessari studi più robusti, con un’investigazione metodologicamente più accurata, per confermare i risultati di questo case report.
Ti ricordo che cliccando qui puoi vedere altre evidenze scientifiche!
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A cura di Giandomenico D’Alessandro