Vi racconto la nostra tesi di osteopatia!
Esattamente 4 anni fa, discutevo con 3 compagni di corso Nuria Ruffini, Alberto Pollastrelli e Nicolò Mariani la tesi sperimentali con cui concludevamo il percorso di studi quinquiennale in osteopatia all’Accademia Italiana Osteopatia Tradizionale (AIOT). Oggi era doveroso raccontarvi la nostra tesi che due anni dopo, (2015) e grazie all’aiuto di Lucia Cardinali e Francesco Cerritelli è stata pubblicata su un giornale scientifico: Frontiers in Neuroscience.
Se cliccate qui potete leggere l’articolo originale. Ma ora ve lo sintetizzo qui sotto.
Abbiamo voluto rispondere alla seguente domanda:
Cosa succede al sistema nervoso autonomo di un paziente dopo un trattamento osteopatico?
Cosa abbiamo fatto?

Dopo averli reclutati ed esserci assicurati della loro elegibilità (più sotto trovi i criteri d’inclusione/esclusione) abbiamo diviso i partecipanti asintomatici che soddisfacevano i criteri d’inclusione in 3 gruppi:
il 1° gruppo veniva trattato osteopaticamente,
il 2° gruppo veniva trattato con un placebo manuale,
il 3° gruppo non ha ricevuto alcun intervento.
1° gruppo – trattamento manipolativo osteopatico (OMT)
Per quanto riguarda il trattamento osteopatico, noi operatori eravamo liberi di decidere cosa trattare, basandoci sulla valutazione osteopatica. In pratica, identificavamo una o due aree anatomiche e partivamo con il trattamento. Dato che il paziente era collegato ad alcuni macchinari, non avevamo molto spazio di manovra e il paziente doveva stare abbastanza fermo. Per questo motivo abbiamo scelto di trattare usando metodiche di fasciale, bilanciamento delle tensioni ligamentose (BLT) e membranose (BMT) e osteopatia in ambito craniale.
2° gruppo – trattamento placebo
Ecco cosa abbiamo fatto ai pazienti che ricevevano il trattamento placebo (detto anche sham therapy). Dopo aver fatto una finta valutazione, abbiamo applicato un protocollo. Il protocollo consisteva nel mantenere le mani per 2 minuti sulle seguenti aree anatomiche e seguendo il seguente schema: caviglia dx, ginocchio sx, anca dx, diaframma, cervicale, cranio e spalle. Per evitare di essere coinvolti nell’ascolto palpatorio, dovevamo contare mentalmente da 120 a 0 mentre eravamo su ogni zona anatomica su menzionata.
Gruppo 3 – time control
Il gruppo di controllo detto “time-control”, appunto perchè si controllava nel tempo semplicemente si stendeva sul lettino per la stessa durata dell’intervento del gruppo 1 e del gruppo 2. Piccola nota: a questi pazienti era stato promesso che avrebbero ricevuto 2 trattamenti osteopatici gratuiti alla fine del periodo di studio.
Questo studio è un crossover!
Da notare che questo è uno studio cross-over. Vuol dire che i pazienti che prima facevano parte del gruppo 1 (cioè quelli trattati osteopaticamente), dopo 2 settimane entravano a far parte del gruppo 2 (cioè venivano trattati con il placebo). Allo stesso modo, i pazienti che avevano ricevuto dapprima il trattamento placebo hanno ricevuto, a distanza di 2 settimane che è definito “wash-period”, il trattamento osteopatico reale. I pazienti che invece erano nel 3° gruppo (time-control) anche la seconda volta rimanevano stesi sul lettino senza alcun contatto manuale.
Come abbiamo misurato l’attività del sistema nervoso autonomo?

Abbiamo utilizzato l’Heart Rate Variability (HRV), che misura la variabiità della frequenza cardiaca. La strumentazione globale era formata da un pletismografo posto al 3° dito della mano sinistra, 2 rilevatori della conduttanza cutanea sul 2° e 4° dito della mano sinistra e 2 fasce posizionate inforno all’addome e al torace per controllare la respirazione. Questa era la strumentazione, ma occorre capire cosa è l’HRV. Se già conosci l’HRV, puoi saltare questa parte, altrimenti leggi i prossimi 4 paragrafi per sapere tutto sull’HRV.
La frequenza cardiaca non è costante!
La frequenza cardiaca, definita come il numero di battiti del cuore in un minuto, è uno dei fenomeni più mutabili dell’organismo e manifesta la sua variabilità in risposta alle richieste metaboliche (stimoli interni) e agli insulti ambientali (stimoli esterni) contribuendo pertanto, insieme ad altri meccanismi allostatici, al mantenimento dell’omeostasi. La variabilità della frequenza cardiaca, o HRV dall’inglese Heart Rate Variability, si definisce come la variazione di durata degli intervalli RR consecutivi, dove “R” è il picco del complesso QRS dell’elettrocardiogramma, corrispondente alla depolarizzazione dell’apice del ventricolo sinistro. La distanza fra due picchi R consecutivi prende il nome di “RR interval” (RR).
Heart Rate Variability (HRV), o Variabilità della frequenza cardiaca ha uno stretto legame con il sistema nervoso autonomo.
Nonostante diversi meccanismi concorrano alla determinazione dell’HRV (l’intrinseca variabilità del nodo seno-atriale, la fluttuazione nel circolo ematico dei fattori neurormonali, il ritmo circadiano) il sistema nervoso autonomo (SNA) rappresenta il sistema più influente tanto che la letteratura concorda nel definire l’HRV un indice indiretto della funzionalità del SNA. Nello specifico la branca parasimpatica diminuisce la frequenza e l’inotropismo cardiaci comportando una riduzione dell’efficienza della pompa cardiovascolare, mentre l’attivazione ortosimpatica aumenta la frequenza e l’inotropismo cardiaci garantendo un aumento dell’efficienza della pompa cardiaca.
Indici dell’HRV
Generalmente la componente dell’alta frequenza (HF) nella banda 0.15-0.4 Hz è utilizzata come segnale della modulazione parasimpatica sulla frequenza cardiaca associata alla cosiddetta aritmia sinusale respiratoria: l’atto inspiratorio diminuisce la frequenza cardiaca, mentre l’atto espiratorio la aumenta. Nell’analisi nel dominio della frequenza dell’HRV, la componente della bassa frequenza (LF) 0.04-0.15 Hz è considerata indice dell’attività dell’ortosimpatico anche tramite la funzione dei riflessi barocettivi, soprattutto, quando il valore della LF è normalizzato. Il rapporto LF/HF è ritenuto un indice affidabile dell’equilibrio del SNA.
HRV come indicatore di salute e adattabilità

La ricerca nella pratica clinica evidenzia come un’alta variabilità dell’HRV sia correlata a buona salute e benessere, mentre una bassa variabilità della frequenza cardiaca sia correlata in senso predittivo e prognostico a un numero sempre crescente di disordini e patologie sia psicologiche che fisiche: disturbo d’ansia generalizzato e bassa mindfulness, cefalea, epilessia, Alzheimer, apnee notturne, BPCO, aterosclerosi, leucemia, insufficienza renale.
È nell’ambito cardiovascolare che l’HRV ha trovato le maggiori implicazioni indicando o anticipando disordini cardiaci, morte cardiaca improvvisa e necessità di trapianto cardiaco.
Sfruttando l’analisi dell’HRV come mezzo di indagine dello stato del SNA, la medicina tradizionale sta rivolgendo le sue attenzioni allo studio di metodiche terapeutiche volte all’incremento dell’HRV, come ad esempio il biofeedback dove, però, il paziente ha un ruolo attivo.
Blinding
Gli operatori osteopati erano a conoscenza unicamente del disegno dello studio e degli outcome ma non dei dati derivanti dalle registrazioni. Tutti i dati raccolti sono stati inviati ad un esperto di statistica esterno allo studio il quale si è occupato esclusivamente dell’analisi dei dati dell’intero studio. Tale operatore non era a conoscenza dei metodi di reclutamento, delle metodiche di trattamento e dei gruppi di appartenenza dei pazienti. I pazienti non erano a conoscenza del disegno dello studio e degli outcome.
Criteri d’inclusione e d’esclusione

Per lo svolgimento dello studio sono stati reclutati adulti asintomatici di ambo i sessi che rispettavano i seguenti criteri d’inclusione: età compresa tra 18 e 45 anni, assenza di sintomatologia algica in forma cronica, assenza di sintomatologia algica in forma acuta nelle 72 ore precedenti alle sedute, assenza di patologie conclamate.
I criteri d’esclusione sono stati i seguenti: età minore di 18 anni e maggiore di 45 anni, gravidanza in atto, menopausa, assunzione cronica di alcool, abuso di alcool nelle 48 ore precedenti, presenza di sintomatologia algica in forma cronica, presenza di sintomatologia algica in forma acuta nelle 72 ore precedenti le sedute, presenza di patologie conclamate, qualsiasi tipo di terapia farmacologia in forma cronica, assunzione di qualsiasi tipo di farmaco e/o sostanza stupefacente nelle 72 ore precedenti le sedute, utilizzo di presidi ortopedici negli ultimi 3 mesi, storia clinica di interventi chirurgici, ultima seduta di trattamento osteopatico meno di 3 mesi prima.
RISULTATI
Tieni a mente la legenda dei colori dei prossimi grafici: in verde i soggetti trattati osteopaticamente, in blu i soggetti che hanno ricevuto il trattamento placebo e in rosso i soggetti del time-control.

Come si vede da questo primo grafico, il trattamento osteopatico (ma non gli altri interventi) aumenta l’attività parasimpatica come rivelato dall’incremento del parametro HF. Questa cosa è visibile sia durante la seduta che nei 5 minuti successivi alla seduta stessa. In questo grafico si prende in considerazione la media di entrambe le sedute.

Il DFAalpha1 è più basso nel gruppo OMT rispetto agli altri due, indicando un aumento dell’attività parasimpatica. Ricordo, infatti, che il DFAalpha1 è un indice inversamente proporzionale all’attività parasimpatica, quindi quando il suo valore si abbassa, vuol dire che l’attività parasimpatica è aumentata.

LF si abbassa sia durante che dopo la seduta ma solo nel gruppo OMT, dimostrando una diminuzione dell’attività ortosimpatica post trattamento osteopatico. Questi dati sono, come quelli riportati su, una media di T1 e T0, cioè delle due sedute.
CONSIDERAZIONI
Qual è il vero elemento di novità della nostra pubblicazione? Altri lavori (penso ad Hensel et al, 2008 o a Giles et al, 2013) avevano avuto risultati simili…
Nei lavori fatti precedentemente, gli autori avevano deciso di trattare la zona cervicale e i condili occipitali perchè, sempre secondo gli autori, quelle zone sono vicine alle strutture che controllano autonomico dell’attività cardiaca (e quindi modulante l’HRV). Parlo ovviamente del vago e dell’efferenza simpatica cervicale.
Il nostro lavoro ha rivelato qualcosa di originale:
non importa DOVE si fa la tecnica, quei risultati sono sempre presenti!
Anche trattando zone anatomiche che non hanno diretto rapporto nel controllo autonomico della funzione cardiovascolare (e quindi modulante l’HRV), si ha una risposta del controllo autonomico cardiaco!
Mi rendo conto che è non è di immediata comprensione, ma questo significa che:
la tecnica osteopatica non rimane locale ma viene integrata
L’integrazione avviene grazie all’afferenza interocettiva e coinvolge quanto meno a livello della sostanza reticolare troncoencefalica da cui partirà l’outflow autonomico, tramite il vago e la colonna laterale del Laruelle, verso il cuore.
Cliccando qui puoi continuare a leggere altre evidenze scientifiche da me spiegate e sintetizzate.
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A cura di Giandomenico D’Alessandro