La sensitizzazione, questa sconosciuta (Episodio 14)

 

Ci sono cose che sento solo io: la visione estensiva della sensitizzazione 

 

 

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Una volta una paziente mi ha detto “ci sono cose che sento solo io. L’altra sera per esempio eravamo in giro con gli amici e dicevo loro –ma non vi dà fastidio questo vento?-. Sembrava che fossi l’unica a sentire il vento”.

 

 

Mentre parlava si toccava testa e collo. Nella scorsa puntata abbiamo spiegato la visione estensiva della sensitizzazione. Nella visione estensiva non ci focalizziamo solo sul dolore.

 

Qualsiasi sintomo, qualsiasi fenomeno francamente esagerato rispetto allo stimolo che l’ha causato deve farci drizzare le orecchie e deve farci sospettare la presenza di una sensitizzazione.

 

 

Cosa significa?

 

 

Che quel terreno, cioè quel sistema neurologico vive una condizione anormale e come diceva un paziente a cui spiegavo questa cosa “ah ma quindi è come se fosse una situazione critica” . Esatto, mi piace. È una situazione critica.

 

 

Nell’esempio della paziente che pare essere la sola a percepire il leggero vento, mi trovo di fronte ad un campanellino che mi spinge ad indagare il suo sistema trigemino cervicale (perché è la zona dove lei sente che il vento le dà fastidio). La paziente infatti soffriva di emicrania e avevamo detto nella puntata numero 10 che nell’emicrania tipicamente vi è l’allodinia, ossia il dolore in seguito a stimolazione innocua. Addirittura in questo caso la brezza dava fastidio e come lei stessa ha detto “se non mi copro con una sciarpa o un foulard mi viene mal di testa e dolore al collo”.

 

 

Quindi risposta esagerata in seguito a stimolo non significativo. Nella fase acuta dell’emicrania il soggetto ha fotofobia (non sopporta le luci) e non sopporta neanche gli odori o i suoni forti! Anche se non siamo nel paradigma del dolore, è manifestazione di sensitizzazione intesa in senso estensivo. Ma anche al di fuori della fase acuta, il paziente emicranico sa che determinati odori o cibi possono scatenare l’attacco. Anche lì, stessa interpretazione.

 

 

Quando cominciamo ad utilizzare la visione estensiva della sensitizzazione, si aprono delle finestre sulla comprensione dei fenomeni clinici.

 

 

Facciamo un altro esempio. Vi è mai capitato di ubriacarvi alle pezze con un tipo di bevanda alcolica e stare talmente male da non sopportare anche a distanza di tempo l’odore di quella bevanda? Quello è un caso di sensitizzazione anche se particolare perché è un esempio di apprendimento o memorizzazione basato sul condizionamento classico: ho la risposta incondizionata (stare male) in seguito allo stimolo condizionato (odore) che è stato accoppiato allo stimolo incondizionato (alcool) che ha provocato realmente la risposta incondizionata.

 

La sensitizzazione è un meccanismo di apprendimento non associativo, ossia l’apprendimento dipende dall’attività di quel circuito neurale che se ripetuta porta alla sensitizzazione (si dice che la sensitizzazione è attività-dipendente).

 

Mentre nel condizionamento classico l’apprendimento è associativo, cioè necessita dell’interazione fra più circuiti neurali. Ma tanto noi consideriamo la sensitizzazione dal punto di vista del macro mondo clinico quindi anche l’esempio dell’alcol va bene. Curiosamente è stato identificato nel nucleo parabrachiale (che tra l’altro è un importante stazione interocettiva) il protagonista di questo apprendimento basato su un’unica esposizione, appunto è bastata una sola esperienza a determinare un apprendimento (cioè quella bevanda mi fa male).

 

 

Un solo apprendimento è sufficiente, ma solo perché l’esperienza è stata forte e significativa.

 

Esattamente come quando ricordiamo dove eravamo il giorno dell’attentato alle torri gemelle: solo che in quel caso la memoria è di tipo dichiarativo e sono implicati altri sistemi neurologici. Ma come vedete non c’è differenza tra i livelli del sistema nervoso centrale.

 

 

I principi della memorizzazione, che quando riguarda il corpo si chiama sensitizzazione,  sono gli stessi: ricordo o grazie alla ripetizione o grazie alla significativà emotiva di uno stimolo.

 

 

Altro esempio di sensitizzazione: “quanto sta per cambiare il tempo io lo avverto il giorno prima perché mi fa male la tibia che mi sono fratturato 30 anni fa” oppure “mi fa male il taglio cesareo” oppure “mi pizzica quella cicatrice”.

 

 

Posso pensare che l’evento traumatico abbia lasciato una traccia, una memoria nelle vie neurali correlate all’aspetto interocettivo di quell’area.

 

 

L’evento ha appunto sensitizzato quelle vie neurali ed ecco che al minimo cambiamento atmosferico (anche se normalmente non percepibile) ci sta la reazione di quella zona che è critica rispetto alle altre, più sensibile, appunto più sensitizzata.

 

 

Lo so state pensando alla leggenda metropolitana dei dolori che si hanno quando piove. Parleremo anche di quello e vedremo quanto c’è di vero. Ma prima dovremmo parlare dell’omeostasi e dell’allostasi se vogliamo inquadrare la questione scientificamente e non in maniera superficiale.

 

 

Prossima puntata in formato video e in formato articolo.

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