OSTEOPATIA e DOLORE NELLA SINDROME FEMORO-ROTULEA

Risale ad Ottobre 2019 l’ultimo studio analizzato e spiegato nella rubrica ‘Evidenze scientifiche’. Si trattava dello studio sulla BPCO dei colleghi siciliani. È passatto troppo tempo e nel frattempo la ricerca osteopatica italiana ha pubblicato ben 3 studi! In questi giorni di riposo forzato dal lavoro a causa del coronavirus, ecco che posso dedicarmi pienamente alla lettura e analisi degli studi in questione, per poi sintetizzarli e raccontarveli (con alcune considerazioni personali).

 

Quindi, vediamo cosa hanno combinato i colleghi Marco Tramontano della Fondazione Santa Lucia, Simone Pagnotta, Camilla Manzo, Francesca ManzoStefano Consolo e Vincenzo Manzo della scuola di osteopatia CERDO e Christian Lunghi della COME Collaboration che hanno pubblicato a Febbraio questo studio su JAOA che potete raggiungere cliccando qui.

 

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Cominciamo!

 

I colleghi romani hanno indagato il ruolo dell’osteopatia nella sindrome dolorosa femoro-rotulea, una condizione clinica caratterizzata da dolore anteriore del ginocchio, in assenza di importanti alterazioni strutturali; cioè: non vi aspettate dei reperti conclamati tipo la rottura del ligamento crociato anteriore. Fondamentalmente questa sindrome è la conseguenza di un’alterazione funzionale (o ‘posturale’ se siete affezionati al modello biomeccanico) che poi porta ad una modificazione strutturale oggettivabile da una risonanza. Una bella dimostrazione della stretta relazione Funzione-Struttura.

 

MISURAZIONI 

 

Valutazione del dolore mediante scala VAS del dolore:
– generale del ginocchio
– peripatellare
– prolungata sedentarietà
– test di compressione
– salendo le scale
– scendendo le scale.

VAS è un acronimo che sta per Visual Analogue Scale. Sembra una cosa complicata, ma è qualcosa di estremamente semplice: il paziente deve indicare su una scala da 1 a 10 l’intensità del dolore. Semplicissimo, anche perchè è quello che noi osteopati spessimo utilizziamo nella pratica clinica quotidiana.

Inoltre i colleghi hanno registrato la localizzazione e la severità delle disfunzioni somatiche ritrovate nelle varie sedute.

 

COME HANNO FATTO

 

Dei 40 soggetti reclutati, 5 sono stati eslcusi per motivi non attinenti allo studio in oggetto. I restanti 35 soggetti sono stati suddivisi seguendo la classica impostazione del trial clinico a due bracci

 

  • 20 soggetti hanno ricevuto 4 sedute di osteopatia in un periodo di due mesi. Sono stati trattati secondo il protocolllo “black box” cioè si trattava quello che si trovava in disfunzione (alla fine dell’articolo farò una considerazione a riguardo). Non vi erano limiti alle tipologie di tecniche da poter utilizzare. Infatti sono state incluse:  tecniche articolari, miofasciali, viscerali, in ambito craniale e BLT
  • 15 soggetti hanno ricevuto 4 sedute di osteopatia placebo sempre in un periodo di due mesi. Come funzionava le sedute placebo? L’osteoapta toccava varie zone corporee senza fare le tecniche. In particolare: 10 minuti contatto con la lombare; 10 minuti con la dorsale e poi (col paziente supino) 10 minuti sulle spalle, 10 minuti sulle anche e 5 minuti sullo sterno.

 

Da sottolineare il fatto che lo studio sia durato oltre due anni (Marzo 2016 – Luglio 2018). Che tenacia! Uno studio sperimentale non è affatto semplice: ne occorre tantissima di tenacia per portarlo a termine!

 

RISULTATI 

 

I  soggetti trattati osteopaticamente hanno mostrato un miglioramento significativo rispetto ai soggetti che hanno ricevuto il trattamento placebo. E questo miglioramento si mantiene anche al follow up, effettuato 2 mesi dall’ultimo trattamento! Ecco quest’ultimo è un risultato rilevante.

 

Non tutti gli studi scientifici osteopatici (e non solo osteopatici) si preoccupano di fare una valutazione di follow-up.

 

 

Questa è una grave mancanza
perchè allontana la ricerca (lo studio scientifico)
dalla realtà clinica (la nostra attività clinica quotidiana) .

 

Infatti nella nostra quotidiana realtà clinica, noi trattiamo i pazienti per farli stare bene non solo durante il periodo dei trattamenti.

 

Noi trattiamo i pazienti nel tentativo di migliorare la fisiologia corporea, la salute corporea.
L’obiettivo è fare in modo che i pazienti non necessitino
di altre sedute osteoapatiche, o almeno,
che non necessitino di sedute osteopatiche molto frequentemente.

 

Nello studio i soggetti hanno continuato a beneficiare dei trattamenti osteopatici a distanza di 2 mesi.. beh… è un bellissimo risultato!

Inoltre c’è da sottolineare che si è registrata una diminuzione delle disfunzioni somatiche nei pazienti trattati osteopaticamente (83% lombare, 40% sacro, 58% cervicale, 75% pelvi, 57% addome).

 

CONSIDERAZIONI 

 

 

Quando leggo uno studio che utilizza il protocollo black box è sempre un’emozione. Qualcuno di voi potrebbe dire “Protocollo”?!? La black box non è senza protocolli, della serie tratto quello che trovo?”. Uso apposta la parola “protocollo” per farvi capire che non è una brutta parola.

La parola “protocollo” indica semplicemente una modalità
(e un principio) di trattamento.
In questo caso, una modalità che prevede esattamente quella libertà
che abbiamo nella nostra pratica clinica.

 

Come sottolineato dagli autori, l’intervento placebo avrebbe potuto avere un punto in più: il contatto con gli arti inferiori (sede del sintomo). Infatti l’effetto placebo aumenta quando il paziente vede che il terapeuta (qualcunque terapeuta) tocca la zona del dolore. Abbiamo avuto esperienza diretta di questa cosa tutti quanti quando eravamo piccini: il bacio o la carezza della mamma o della nonna  per avere un effetto (placebo) si dava esattamente sulla “bua”!
Proprio per evitare che il gruppo placebo non sia confrontabile con il gruppo reale, occorre che i due bracci del trial clinico siano quanto più simili possibile. Se volete approfondire questo aspetto, dovreste prima familiarizzare con il paradigma ‘specficità/non-specificità‘ del placebo. Trovate qui e qui, rispettivamente, la prima e la seconda parte di un articolo scritto a riguardo.

 

Il trattamento della zona dolorosa porta ad un beneficio specifico che dipende dalla specificità terapeutica e porta ad un beneficio non-specifico o placebo a causa dell’aspettativa del paziente che vede/sente che il terapeuta sta mettendo le mani sul sito del dolore. Ai fini dello studio scientifico, è importante che il gruppo placebo sia quanto più simile al gruppo di intervento reale.

 

Questo studio è uno studo “naturalistico”, dal grande senso clinico: si parla di VAS e di disfunzioni somatiche. Qualcuno potrebbe dire:

“la VAS è troppo soggettiva, abbiamo bisongo di misure oggettive per fare della buona scienza!”
oppure
“la disfunzione somatica non solo non ha senso presentarla all’esterno perchè la capiamo solo noi, e poi è un paradigma vecchio!”.

Io non la penso così.
1) Certamente le misure oggettive nella scienza servono, ma la VAS è la misura di riferimento base nella nostra comune pratica clinica: ai pazienti chiediamo “come stai?”, “che numero da 1 a 10 è il tuo dolore?” non “vediamo come è cambiata l’attività della lamina 1 del tuo midollo spinale”.
2) La disfunzione somatica è ancora centrale in osteopatia. Per 3 motivi:
 è ancora il punto di riferimento per moltissimi osteopati.
 è presente nell’ICD-10 (come dice il mio amico Christian “Che famo? La buttiamo?”)
 è uno dei pochi argomenti sui quali noi osteopati siamo in grado di scannarci e di dividerci (non sia mai che si rimane uniti, eh!) ma ALMENO è un tema clinico e scientifico, non il solito tema dell’ego (commerciale/econonomico).

Ecco perchè lo definisco uno studio “naturalistico”.

 

Gli autori sottolineano il fatto che siano state ritrovate delle disfunzioni “lontane” dal dolore, come il cranio e la pelvi. Per il cranio è vero, ed è bene sottolinearlo nel caso vi fosse ancora in giro qualche osteopata che si meraviglia di questo… (il corpo è unità, ricordate? Primo principio osteopatico. Quindi gli autori hanno fatto bene a sottolinearlo).
Puntualizziamo solo che la pelvi, a differenza del cranio, non è una zona “lontana” dal sintomo dato che addirittura fino alla zona lombare possiamo considerare di essere ancora locali. Che vuol dire? Non aggiungo nulla perchè ho avuto modo di esprimermi a riguardo, nel bel mezzo della terza parte della recensione del libro ‘Ricerca e pratica’ di Still, per la precisione il 3° paradigma emergente di Still  http://bit.ly/RicercaPratica_Parte_3

 

Grazie e complimenti ai colleghi!

 

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A cura di Giandomenico D’Alessandro

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