Arriviamo alla quarta parte di questa recensione anomala del libro ‘Ricerca e pratica’ del padre fondatore dell’osteopatia, Andrew Taylor Still. Nella prima parte abbiamo esaurito la parte “classica” della recensione, nella seconda e terza parte abbiamo fatto la sintesi dei 4 paradigmi emergenti dalla lettura.
Quando leggiamo un libro, incontriamo l’autore. Anche “Ricerca e pratica” non sfugge a questo principio e non esagero se dico che ho avuto la sensazione di incontrare Still immergendomi nella lettura di ‘Ricerca e pratica’. Auguro questa esperienza (forse un po’ da reparto di neuropsichiatria) ad ogni mio collega.
Provo a dipingervi Still per come me lo sono immaginato.
Mi sono immaginato Still così: un uomo onesto come dimostrato da questo genere di frasi
“Vorrei ribadire che non dovreste mai usare un bisturi con la speranza di poter prendere più soldi di quanti non ne guadagnereste grazie a un buon, ineccepibile lavoro da osteopati” (pag 106);
un uomo la cui sincerità “Non prometto nulla, ma faccio tutto ciò che posso per liberare il paziente dagli effetti” (pag 175) è appena smussata da tratti di paternalismo. Il paternalismo è l’atteggiamento del medico che non dice proprio tutto al paziente, sapendo (o presumendo di sapere) di agire per il suo bene: quindi si sacrifica l’aspetto etico (dire la verità) pensando di preservare un bene superiore (la salute del paziente). Questo è dimostrato da questo passaggio “se avete un’ombra di abilità strategica, eviterete di dire che il paziente non ha alcuna speranza, fate attenzione” (pag 71). Questa frase è inserita in un discorso più ampio sulla speranza. Ve l’ho riportato qui e vi consiglio caldamente di andare a vederlo. A proposito del paternalismo, se vi interessa, vi lascio la recensione del libro ‘Verità e cura’ di Marco Annoni, che spesso parla dell’atteggiamento paternalistico in medicina e di come, secondo l’autore, debba essere legittimato SOLO in determinati casi e a determinate condizioni.
Andiamo avanti. Emerge uno Still idealista
“La guarigione del paziente significava per me più del denaro” (pag 117)
e questo aspetto rende Still una persona ferma e risoluta. Questo è uno dei tratti caratteristici di Still: egli è sicuro di sé, del suo pensare e del suo agire perché è sicuro dei principi della Natura, principi da lui solo scoperti e che erano “antichi come il mondo”. La sua sicurezza rende Still un uomo (e un medico) deciso e risoluto. Questo è lampante quando nel libro ci imbattiamo in frasi del tipo “non voglio dei ‘forse è così’, né dei ‘è possibile’ o dei ‘tuttavia’” (pag 193). Fiducia nei principi naturali: “all’appello, la Natura ha sempre risposto ‘presente’ con i suoi rimedi” (pag 105); fiducia nelle proprie conoscenze e fiducia delle proprie azioni. In particolare l’immensa fiducia nella semeiotica osteopatica “Posso individuare il problema se conosco il mio mestiere. Con questa fiducia e guidato dalla filosofia di un ingegnere, eseguo la visita” (pag 185). È nella fiducia in questi aspetti che affonda la fermezza e risoluzione del pensare e agire di Still.
Solo in un aspetto la fermezza di Still sembra sfociare in “arroganza”, cioè quando parla della medicina ufficiale. “Il dottore è un fallito dal punto di vista meccanico” (pag 184) oppure “Danno l’impressione che i dottori in medicina avrebbero fatto bene a stare a casa e a lasciare che la cuoca e l’infermiera si occupassero completamente dei casi di febbre tifoide” (pag 232). “I vecchi libri non contengono altro se non compilazioni di molte migliaia di pagine di assurdità inutili e, lasciatemelo dire, senza senso, speculative” (pag41) e “ma non possiamo dire che i prodotti che ci sono stati tramandati dai medici di ogni epoca ci diano uno iota di ciò che abbiamo cercato – la verità – da applicare ai pazienti che soffrono” (pag 42) e “penso che migliaia di persone si trovino adesso nella tomba per la mancanza di abilità meccanica del medico che si è occupato di loro” (pag 107). Nella medicina ufficiale, il vecchio dottore non ha trovato conforto, anzi, spesso ha trovato soluzioni per velocizzare la morte dei pazienti. Ricordate la premessa iniziale? Stiamo parlando del 1910, sicuramente Still, grande studioso, avrebbe un’opinione diversa della medicina attuale, anche se rimarrebbe della stessa idea: mai usare il bisturi e i farmaci quando è possibile usare le mani sapienti di un osteopata. Pare, invece, che l’applicazione dei principi osteopatici sia il modo migliore per curare le persone. Non perde mai occasione per ripeterlo e devo ammettere che se non si trattasse del padre fondatore dell’osteopatia, penserei di trovarmi di fronte ad un esaltato, spocchioso, pieno di sé. Per fortuna conosco la sua storia, soprattutto la sua sofferenza per la morte dei suoi familiari (raccontata nella prima parte) a causa dell’insuccesso della medicina tradizionale nel trattare la meningite spinale.
Quindi posso facilmente immaginare che i suoi tratti di arroganza e presunzione derivano dalla sofferenza. Anche in questa dinamica (sofferenza – arroganza) Still dimostra tutta la sua umanità.
Possiamo pensare ad uno Still rigido di pensiero? Della serie “esiste solo l’osteopatia, si fa come dico io, al diavolo tutto il resto”? Mmmh… Ni: di questa “sclerotizzazione” del pensiero ne parleremo nella quinta parte quando vedremo i bias cognitivi di Still. Se devo descriverlo al meglio, direi che Still era un uomo decisamente ostinato ma con un certo grado di apertura mentale. C’erano alcune cose su cui non transigeva (e lo vediamo fra pochissimo) ma per quanto riguarda la terapeutica considerava utili alcuni aspetti terapeutici come la dieta e la chirurgia (quando non vi erano altre soluzioni, ovviamente). Curiosità: costruì un cinto per l’ernia inguinale di cui soffriva lui stesso).
La cosa (apparentemente) soprendente è che l’apertura mentale riguardava anche le stesse tecniche osteopatiche! Sentite qua: è vero che egli descrive nello specifico diverse tecniche, ma lascia libero spazio alla creatività del singolo terapeuta
“Qualsiasi altro metodo va altrettanto bene se funziona” (pag 179)
oppure
“Voglio sottolineare che non è necessario essere pignoli su un metodo, ma essere sicuri che le coste, trovate in una situazione anomala, vengano riportate in una normale” (pag 86)
dimostrando, ancora una volta, che occorre essere fedeli ai principi (e al fine) e non al metodo (al mezzo)
“il nostro obiettivo è quello di aggiustare le ossa indipendentemente da qualsiasi metodo specifico”
(pag 179).
Che grande lezione, non di osteopatia, ma di vita!
La già citata ostinazione di Still, che possiamo definire intransigenza e severità e che a tratti diventa vera e propria durezza, si percepisce quando si parla di standard di studio e pratica “L’osteopata – non uno che ha ottenuto un diploma nonostante il fatto che non possegga alcuna abilità medica” (pag 109) oppure “…via le mani, a meno che non sappiate quello che fate” (pag 139).
“Dovete studiare fino a quando non riuscite a fare ciò
con cognizione di causa” (pag 111).
Il libro è impregnato di rigorosità “fate con cura”, “non è tollerabile che”, “poi esamino attentamente”, “aspettate con pazienza”, “controllate ogni articolazione”, “usate la massima attenzione”, “dovete essere pignoli”, “è nostro dovere”. Vi riporto solo queste due frasi come esempio “Vorrei sottolineare l’importanza di un esame accurato” (pag 185) e “sono molto pignolo nell’aggiustare tutte le vertebre e le coste dalla prima alla dodicesima dorsale” (pag 189).
Un altro aggettivo che descrive bene Still è ‘inflessibile’: provate ad immaginare di avere di fronte un professore che vi rivolge parole del tipo
“Non ditemi che non potete arrivare alla causa” (pag 113)
o anche
“Se seguite questa legge di Natura, può verificarsi una lacerazione in un caso su mille e quell’unico caso sarà colpa vostra” (pag 135)
e ancora, parlando del territorio splancnico, “non è il luogo per fare sciocchezze” (pag 193). Ma ti immagini un maestro così? Siamo sicuri che nelle nostre scuole, sì parlo delle vere scuole di osteopatia c’è questa intransigenza e serietà? Non voglio supporre nulla, ho fatto solo una domanda…
All’inizio del libro, con un tono che sembra voler parlare a qualcuno in particolare, dice “Il problema non è imitare un operatore di successo, ma portare le ossa da una situazione anomala a una normale”. Meraviglioso: ha molto a che fare con la questione della specificità osteopatica o placebo (che vedremo nella sesta e settima parte). Secondo me come studente dovevi dimostrare di essere un vero osteopata, ovvero (paradigma emergente 1) un filosofo-meccanico.
Qualcuno potrebbe pensare che Still fosse un megalomane (cosa che caratterizza qualche osteopata di oggi, che dice che “osteopatia da sola può risolvere i problemi”). Sebbene ‘umile’ non è il primo aggettivo che mi viene in mente se penso a Still, certamente dei tratti di umiltà si intravedono lungo il libro, quando si parla dei limiti dell’arte osteopatica. In particolare lungo tutto il libro, ripete una decina di volte che non si può far nulla se la situazione è estremamente grave: in particolar modo il tempo sembra essere il nemico principale per la buona riuscita del trattamento, ad esempio quando parla dell’astigmatismo dice che “I casi di vecchia data potrebbero richiedere un intervento chirurgico” (pag 37) oppure “in caso di tonsillite acuta la prognosi è favorevole. Questo è vero specialmente quando il caso viene affidato all’osteopata non molto dopo l’esordio” (pag 47) oppure “Se la condizione risale solo a poche ore o giorni prima, vi potete aspettare un recupero veloce” (pag 71) oppure “… sempre che il paziente vada dall’osteopata entro un tempo ragionevole e non sia stato divorato dai farmaci o dall’infiammazione” (pag 109). Oltre al tempo, c’è un altro nemico che evidenzia i limiti dell’osteopatia. Si tratta di casi insormontabili come nel caso della circoncisione o quando vi è un nervo lesionato, oppure nel caso di aderenze ossee nel torcicollo ormai cronico “Se trovate aderenze ossee, vi consiglio di lasciar perdere questi casi perché sono di pertinenza chirurgica” (pag 126). In secondo luogo, l’umiltà si percepisce tutte quelle volte che Still afferma che “è la Natura a fare le riparazioni” (pag 161).
Concludo con gli ultimi due tratti della personalità di Still: umanità ed empatia. Elementi fondamentali per una professione che vede al centro i concetti di terapia, cura e guarigione. Per di più, parliamo di una professione che si basa sulla vicinanza fisica e sul contatto manuale: senza umanità ed empatia il paziente può facilmente sentirsi un oggetto. Ci sono passaggi bellissimi che testimoniano l’umanità e l’empatia di Still. In assoluto il più significativo riguarda il caso di una bambina di 8 anni affetta da meningite spinale, la stessa malattia che aveva ucciso 3 figli di Still decenni prima. La piccola paziente in questione era la figlia di un vicino di casa di Still verso il quale il vecchio dottore non nutriva buoni sentimenti, per questo all’inizio Still esitò. Vi lascio alle parole originali del libro “Io esitai ed egli perse il controllo, iniziò a piangere e disse: ‘dimentichiamo il passato e venga con me: aiuti a salvare la mia bambina’. Di fronte a questo cedetti e uscii con lui, piangendo anch’io perché tutte le parole gentili che mi disse erano troppo per me” (pag 170).
Una frase che vedrei appesa bene dappertutto e che sintetizza in maniera significativa i tratti principali di Still (ostinazione, intransigenza, rigore, orientamento allo scopo) è
“I fondamenti della verità si ottengono solo attraverso una diligente attenzione nei confronti dello scopo” (pag 61).
In questo breve “dipinto” della personalità di Still, si capisce come egli avesse tutte le carte in regola per perseverare sul sentiero (non ancora battuto) della conoscenza e la giusta tempra per insegnare le sue scoperte ai suoi allievi e per difendere l’osteoaptia dai vari attacchi.
Siamo d’accordo nel dire che, se mettiamo insieme tutti questi elementi della personalità di Still, viene fuori l’immagine di un leader?
Cliccando qui potete tornare indietro alla terza parte, per leggere i paradigmi emergenti n° 3 e n° 4!
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Buona lettura!
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A cura di Giandomenico D’Alessandro
Grazie Giandomenico per la tua recensione, non ti nascondo che a tratti mette la pelle d’oca. Sei una gemma preziosa nel panorama dell’osteopatia italiana dove, alcuni pieni di loro stessi, inaridiscono l’ambiente.
Grazie di cuore Marcello! Il fenomeno che descrivi è reale e fa parte dell’osteopatia fin dalle sue origini. Prima mi arrabbiavo, ora penso che qualche oscura funzione/significato lo debba pur avere. Dovesse essere anche solo quello di spronarci a “portare continuamente acqua” alla terra…
Un saluto!