Uomo di 40 anni con sciatalgia sinistra da oltre 10 anni. Durante l’anamnesi non riesce a stare fermo sulla sedia: deve spesso cambiare posizione a causa del dolore.
Le sue parole sono state “Io non sono un medico, cioè… sono medico di me stesso e dico che la sciatica dipende dal colon” (una diverticolosi/diverticolite di cui mi racconta praticamente TUTTO).
Ovviamente sono d’accordo e dopo un’appassionante e concitata anamnesi, vado alla lavagna
raccogliendo i pezzi e facendo il punto della situazione.
Ho chiaro in mente come rendere visivamente il quadro: in rosso segnerò i protagonisti, in blu le connessioni e in verde le soluzioni.
“Il motivo di consulto è questa sciatalgia e ovviamente la dipendenza dal colon è evidente sia perchè l’hai notato correttamente tu, sia perchè mi baso su alcune nozioni biologiche relativamente recenti. Inoltre, devi sapere che anche la sofferenza cronica della prostata gioca un ruolo nel mantenere ‘viva’ la sciatalgia. Devi anche sapere che i due organi” (disegno una freccia bidirezionale tra essi) “condividono la stessa innervazione sacrale quindi detto in soldoni ‘quando sta male uno, l’altro non è contento’ e si genera un circolo vizioso”.
Sembra capire perfettamente
Vado avanti spiegando che se vogliamo pensare di curare la sciatalgia dobbiamo prenderci cura dei fattori che danno fastidio ai due organi su menzionati.
▪ Alimentazione: semplice, occorre fare una dieta adeguata ed è subito d’accordo (lo sa per esperienza) ma fa fatica a cambiare alimentazione. Gli dico che l’alimentazione è fondamentale anche per la prostata (dice cha ha notato che se mangia male anche il fastidio prostatico aumenta).
▪ Mente: gli spiego dell’importanza del benessere psico-emotivo per la salute del colon e dell’intestino tutto (qui la moglie interviene citando il famoso andante “intestino: secondo cervello”). La soluzione è avere degli strumenti cognitivi per gestire ansia e stress.
▪ Sedentarietà: a prescindere dalla terapia dell’urologo è importante evitare il ristagno di sangue venoso intorno alla prostata e lo si fa tenendo in movimento quella zona.
Lo vedo riluttante a quello che è un cambio di stile di vita, ma gli dico chiaramente: “Questa è la situazione, dobbiamo fare un patto terapeutico: se tu mi prometti che decidi di fare queste cose qui, allora adesso ti tratto, altrimenti non iniziamo nemmeno il trattamento. Come vedi in quella che possiamo chiamare ‘cura’ ci sono 4 elementi segnati in verde e 3 di essi sono in alto e sono che dipendono in primo luogo dal paziente: non posso venire a cucinare a casa tua o costringerti a muovere!”.
Per farla breve, c’era ancora molta resistenza ma non mi muovo di una virgola. Non per orgoglio o ottusità intellettuale, ma perchè non vi è altra soluzione per poterlo aiutare.
Finalmente, si convince (me ne accorgo perché ripete i 3 elementi in verde, come a fissarli in mente) e cominciamo il trattamento.
Da questo caso ho imparato che:
– Il patto terapeutico è qualcosa di tangibile
– Occorre chiarire fin da subito qual è il ruolo del paziente all’interno della terapia
– La lavagna aiuta moltissimo nella spiegazione: è un terreno fisico comune su cui ci si può confrontare.
Ah, ho imparato un’altra cosa (strettamente osteopatica) e ve la racconto.
Per quella prima seduta decido di trattare i cingoli cranici, ma subito dopo aver allargato la percezione a tutto il corpo, compare un processo terapeutico nella zona anatomica compresa (mi sembra) tra gola e naso.
Chiedo “hai tolto le tonsille?”. La risposta è “Si”.
Mi sono sentito piccolissimo perchè pensavo di aver dipinto sulla lavagna tutto il quadro. Inoltre nella mia mente il quadro era ancora più vasto e particolareggiato in quanto dall’anamnesi erano emersi due inteventi chirurgici e altri fatti rilevanti. Ero sicuro che non mi fosse sfuggito nulla e che fosse tutto semplice, lineare e determinato… e invece il processo terapeutico ha riguardato quell’unico evento clinico che era sfuggito alla narrazione del paziente e alle mie domande (appunto, la tonsillectomia).
Mi sono sentito piccolissimo, è vero, ma allo stesso tempo fortunato e grato per aver ricevuto questa “lezione” dall’incredibile ‘intelligenza’ (o ‘salute’, o ‘capacità di guarigione’ chiamatela come volete) del corpo
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A cura di Giandomenico D’Alessandro